08 March 2019

Requiem for the Jilted Generation - Gabriele Nero (Italiano)


I Prodigy sono apparsi come un pugno nello stomaco sulla scena musicale degli anni novanta, anni un cui i teenager impazzivano per gruppi pop usa e getta, come Backstreet Boys, Spice Girls, Take That, mentre i più grandi si accapigliavano per raccogliere l’eredità dei Beatles, con una schiera di gruppi musicali fatti di bellocci con i Ray-Ban a goccia, messi su dalle major discografiche: Oasis, Verve, Blur. Le mega rock band degli anni 80 cominciavano a strizzare l’occhio al mainstream (ricordo come una tragedia l’uscita di Load dei Metallica, alla quale ancora oggi non so darmi una spiegazione) e la scena underground, dopo la morte di Cobain, era dominata dal grunge. 


Per quelli che nel 1997 (anno di uscita di The fat of the land) vivevano la loro adolescenza, i Prodigy hanno rappresentato molto più di un gruppo musicale o un’icona, come ho letto in giro in questi giorni. 

I sociologi e i discografici si scervellavano a dare un’etichetta, un'identità per la generazione di quei ragazzi che sarebero stati maggiorenni nel 2000: Generazione X, MTV Generation... insomma cercavano di categorizzarli e di evolvere il modello degli anni ottanta, “gli anni di plastica”, meno ribellione e più aperitivi. Ma proprio prendendo spunto dal nome del loro secondo album Music for the Jilted Generation, stava prendendo forma nuova generazione, abbandonata, piantata in asso in partenza, per cui i Prodigy hanno rappresentato la prima trasgressione, il primo concerto, la prima esperienza estrema. 


Proprio attraverso MTV, con Firestarter, come dei pazzi incendiari, i Prodigy entrarono nell’immaginario e nei walkman di migliaia di fans a tutte le latitudini del mondo. Quattro ragazzacci della provincia inglese, che sembravano usciti da Trainspotting: un biondino genio dell’elettronica, un nero alto due metri che cantava a perdifiato, due ballerini da strada, uno di origine caraibica e l’altro truccato come un satiro indemoniato o un pagliaccio psicopatico, quasi ad evocare il clown di IT di Stephen King. Basterebbe questa descrizione per far capire quanto fossero avanti i Prodigy a metà anni novanta. 


Ma i Prodigy non erano solo immagine, tutt’altro! Infatti al gruppo inglese riuscì un qualcosa di difficilmente ripetibile nella storia della musica: prendere due dei generi musicali underground più estremi, la techno da rave e il metal hardcore, contaminarli tra loro, e fare successo nelle charts di vendite di tutto il mondo, entrando nel mainstream! Dal punto di vista musicale i Prodigy furono i pionieri della commistione tra musica elettronica e altri generi che non fossero la musica dance o il pop, come negli anni ottanta. Il concetto musicale dei Prodigy, venne poi declinato al metal con tutto il Nu-Metal dei primi anni del duemila (Korn, Slipknot, Tool), mentre sulla sponda elettronica si iniziava a sperimentare con il funky (Daft Punk, Gorillaz), e persino mostri sacri come Madonna e David Bowie virarono verso sonorità techno-jungle. 


Se mi chiedessero di definirli in una parola, risponderei Avanguardia, perchè i Prodigy, come solo i grandi artisti sono in grado di fare, oltre a comporre musica che nessuno prima aveva osato nemmeno immaginare, sono riusciti ad incarnare lo spirito del loro tempo creando una vera e propria estetica. I loro video girati nei bassifondi post-industriali con telecamere a bassa risoluzione, montati con le immagini in susseguersi a ritmo epiletticco, in fondo erano il racconto perfetto di quello che stavamo vivendo. Da ragazzo bastava infilarti due cuffie e cominciare a camminare per la città con i Prodigy a palla, guardarti in giro e vedere gli stessi scenari: fabbriche abbandonate, città dormitorio, cantieri, tossici e case occupate; bastava quello per farti capire che la tua rabbia apparteneva a una rabbia più grande. 

I Prodigy hanno legittimato la ribellione della mia generazione, così come i Rolling Stones lo hanno fatto per la generazione di quelli che erano ragazzi negli anni sessanta, o il punk per quelli degli anni 70. 



La Jilted Generation, l’ultima ad essere stata formata in un mondo analogico, la prima che si è dovuta relazionare con il lavoro completamente digitalizzato; l’ultima che ricorda gli operai del turno di notte uscire da grigi capannoni industriali, e che negli anni novanta in quegli stessi capannoni, oramai abbandonati, organizzava rave memorabili. Oggi in quegli stessi spazi ci andiamo tutti a fare la spesa nel centro commerciale appena inaugurato. 


I rave e le feste sono finite troppo presto, e, chi più chi meno, ci siamo tutti imborghesiti. Una delle poche cose che ci rimanevano erano i Prodigy: la speranza di un nuovo concerto, un nuovo disco, una nuova esagerazione. Come quando dopo anni di silenzio nel 2009 uscirono con Invaders must die, a ricordare alle nuove e vecchie generazioni chi fossero i Prodigy: tre inglesi pazzi che se ne fottevano di tutto e che con la loro musica volevano far muovere il culo a tutto il mondo! 


L’ultima volta li ho visti lo scorso giugno, a Valencia, in un festival in cui avevano messo la solita accozzaglia di gruppi i Many Street Preachers, per i nostalgici degli Ottanta, seguiti dai Kaiser Chiefs, che hanno fatto ondeggiare le barbe di giovani hipsters al suono di “RubyRubyRuby uuuhhh”, e che dopo 2 ore di stranziante pop da supermercato lasciavano il palco a loro: i Prodigy. Mentre le barbe e le camicie a quadri arretravano, dal fondo emergevano piccole flotte di formiche nere, trentenni di tutte le forme (qualcuno ahimè sformato!) si appropiavano delle prime file, e guardandomi intorno pensavo che nonostante fossimo stati piantati in asso dal passaggio dalla civiltà post-industriale a quella digitale, eravamo ancora lì, davanti al palco dei Prodigy.



Non sto a farvi il resoconto di quello che è stato il concerto. Posso solo dirvi che l’emozione di stare di nuovo a pochi metri l’astronave, e l’annessa esplosione di luci e suoni, capitanata da Liam Howlett e dai suoi synth e drum machine vibranti, Maxim il colosso, e Keith Flint, con la sua voce distorta e pulita, tagliente come una Les Paul, può essere paragonabile all’euforia di gol in finale di coppa della vostra squadra del cuore, lungo due ore, o molto più banalmente, a un orgasmo della stessa durata. Se li avete visti dal vivo sapete di cosa parlo, altrimenti mi dispiace davvero per voi. Già perché alla fine del concerto senti la stessa sensazione di quando scendi dalle montagne russe e pensi:“Ancora! Voglio farlo di nuovo!”. 


Verso la fine del 2018, i Prodigy hanno fatto uscire No Turists, il loro ultimo album. A differenza di tutte le altre band che, con il passare degli anni, tendono  a rendere piu mellow la loro produzione, ad ingentilirsi, i Prodigy, si sono presentati con  l'ennesimo disco più estremo del precedente. 


Ma il 4 marzo 2019, la morte di Keith Flint, ha messo fine a tutto questo. Nessun nuovo singolo, nessun nuovo album, mai più un altro concerto dei Prodigy. Eppure per chi li aveva visti recentemente o aveva sentito il loro nuovo album, i Prodigy sembravano ancora in gran forma, ancora incazzati e con tanto ancora da dire. 

Ora poco contano i rimpianti e le dinamiche sulla sua morte, resta il fatto che la Jilted Generation, già senza riferimenti, e sul punto di essere divorata da una nuova generazione di nativi digitali, è stata piantata in asso dal suo schizofrenico profeta, è rimasta orfana del culto più puro ed estremo: i Prodigy! La Jilted Generation davanti alla morte di Keith Flint è rimasta attonita, senza più rabbia, senza più voce, senza più musica.


Gabriele Nero  

03 March 2019

VALENCIA WALLS & WORDS VOL.IV - Pamela Vargas




"La gran diferencia entre el arte de museo y el arte urbano es que este segundo esta vivo y va mutando a través del tiempo. Al permanecer desprovisto de conservación, el arte callejero se integra y fusiona al entorno donde el autor/a decidió plasmarlo. El pasar de los días, meses y años y los factores climáticos y humanos propios de estar en la intemperie van haciendo de esta intervención una historia con un inicio pero con final incierto.

Permanecer 3 años viviendo en Valencia ha permitido que Valencia Walls & Words se desarrolle como un libro historial de lo que ha ocurrido en los muros de valencia desde fines del 2015.

Valencia Walls & Word 4 reúne imágenes desde fines del 2018 e inicios del 2019, Barrios como La Xerea (Casco Antiguo), Ayora y Mestalla están retratados en esta cuarta edición.








26 February 2019

PRO CEDERE - DURA ARTE - Aldo Taranto

Pro Cedere - Dura Arte è un quaderno di viaggio, che, attraverso immagini, parole e fotografie, accompagna il lettore lungo il cammino, poetico e tortuoso, nell’arte e nella vita dell’artista siciliano, torinese d’adozione. In queste 100 pagine a colori, Aldo Taranto, che a Torino collaborò con affermati artisti delle avanguardie di fine Novecento, ci fa entrare nel suo profondo umano e creativo, partendo dalle proprie radici, spingedosi verso il trascendentale.


La prima parte del libro, “Pro cedere”, composta da immagini e parole- immagini, è divisa in sette capitoli nei quali appaiono sei figure femminili della famiglia dell’autore, ad eccezione del quarto dove appare un ritratto intimo dello stesso Aldo Taranto. Nell’ultimo capitolo c’è un’immagine di volti sovrapposti degli avi, mai conosciuti dall’artista. Questa parte del libro è stata pensata d’un fiato, come un diario intimo. E’ un libro verticale, qualcosa che assomiglia ad un albero genealogico dal lato femminile, con incursioni nel semplice quotidiano ed aspirazioni a rendere universale l’intimo e il transitorio. Nella seconda parte, “Dura arte”, la vita nello studio, il collettivo d’arte filisto251 e le mostre, sono narrate come risvolti esteriori di riflessioni su vicende private e intime, liquidate dallo stesso artista: «ma io non ero buono, portavo un peso inutile, ancora». 

Aldo Taranto: Torino è la sua seconda città, Siracusa è quella che gli ha dato i natali e in cui ha trascorso l’infanzia e la prima giovinezza e dove è tornato a vivere agli inizi degli anni Novanta. Con Torino ha sempre, però, mantenuto un legame, ne è una prova questo libro, sia per alcuni riferimenti in esso presenti, che per il contributo prezioso dato dal fotografo e artista torinese Max Zarri alla sua realizzazione. È proprio a Torino che Aldo Taranto viene folgorato dall’interesse per l’arte contemporanea, coinvolgendosi totalmente. Lavora qualche anno come assistente per diversi artisti riconosciuti, tra i quali Michelangelo Pistoletto, fino a quando viene invitato a partecipare alla mostra Serata Immateriale, nel 1986. La mostra, nata spontaneamente dall’incontro di alcuni giovani artisti, architetti ed attori di teatro, è la sua iniziazione come artista, il primo passo di un percorso nell’avventura dell’arte, che sebbene sarà discontinuo ed accidentato, anche a causa della malattia della sorella, proseguirà e lo accompagnerà nel corso della sua vita. Gli anni trascorsi a Torino sono stati quelli che manterrà vivi nella memoria, sia per una certa durezza che per l’estrema e dolce poesia vissuta. A Torino, inoltre, frequenta per alcuni anni il serigrafo Giancarlo Frassinelli, partecipando al suo gruppo di meditazione della scuola di Gurdjieff, esperienza interiore ancora oggi viva in lui. Tornato a Siracusa conosce alcuni giovani artisti che frequentano la Galleria Civica d’Arte Contemporanea Montevergini, fondata dal critico d’arte Demetrio Paparoni, e insieme a loro fonda un collettivo che prende il nome dall’indirizzo civico della sua sede: filisto251. Da lì si sviluppano una serie di mostre e iniziative, in parte narrate nel libro. Oggi questo collettivo non esiste più pur restando vivo il legame tra alcuni artisti che vi presero parte. La scrittura è stata da giovane una sua passione che ha ripreso quando alcuni artisti, tra cui Corrado Agricola, Sebastiano Mortellaro e Filippo di Sambuy, gli hanno chiesto di scrivere per loro. Questo è il primo suo libro. Può darsi che ne scriverà degli altri.




14 February 2019

Album Rotto - Luca Buoncristiano


Dopo le avventure che lo hanno visto protagonista nel romanzo Libro Rotto (El Doctor Sax), Joe Rotto, lo spacciatore per antonomasia, ritorna in un’opera grafica gotica e grottesca, non-sense e densa di humor nero.
Adriano De Vincentiis, il miglior disegnatore italiano, dai più accreditato come l’erede di Milo Manara cura la prefazione di questa non-opera.
Attraverso una galleria di immagini contraddistinte da un gioco di accecanti bianchi e neri affilati, l’autore realizza un affresco inchiostrato e scrostato di questo immondo mondo che abitiamo. Uno spietato ritratto di questa indecente e indecorosa umanità. Un incubo ad occhi aperti. Una Disneyland tossica e venefica. Uno zoo disumano.
Attraverso l’utilizzo di animali antropomorfi e la rilettura di personaggi noti dell’immaginario infantile collettivo, l'Album Rotto si offre come il peggior parco di non divertimento in cui entrare.
Nato più di dieci anni fa come opera grafica, Joe Rotto ritrova in questo lavoro la sua elegante forma originaria e la sua potenza espressiva contraddistinta non solo dai segni che lo delimitano ma anche dalla forma aforistica, tra boutade, giochi di parole e massime sentenziose e tendenziose.
Gli animali che fanno da contraltare, a volte tremendi a volte commoventi, sembrano incontrarsi con il protagonista in un impossibile dialogo tra esseri rotti.
Stando agli angoli del ring dominato da Joe Rotto, hanno pronto qualche gesto terribile o sofferenza indecente.
Nel lavoro di sottrazione dell’autore, ai più sensibili non sfuggirà qualcosa di bello e terribile, sotto queste maschere, sotto questi animali umanizzati, c’è una ferita che appartiene a tutti.
Album Rotto è un libro irresistibile come le peggiori sostanze spacciate dal suo protagonista.


Luca Buoncristiano nasce a Roma nel 1976 è un giornalista pubblicista e illustratore. Dal 2001 al 2002 è stato assistente di Edoardo Albinati per poi collaborare con la Fondazione L’Immemoriale di Carmelo Bene, curando la catalogazione del lascito artistico dell’attore. Nel 2012 ha pubblicato per Bompiani Panta Carmelo Bene. Con Alessandra Amitrano, in qualità di illustratore, pubblica con Fazi Mary e Joe nel 2007, Fazi Editore. Il suo personaggio Joe Rotto, apparso per la prima volta più di dieci anni fa sul primo blog di sole illustrazioni italiano, ha esordito nel 2008, nell’ambito della rassegna Ex Post presentata da Sandro Veronesi al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Proprio Sandro Veronesi ha curato la prefazione di Libro Rotto, il primo romanzo che vede Joe Rotto come protagonista, pubblicato nel 2017 da El Doctor Sax.



29 January 2019

11 December 2018

04 December 2018

GUERRA - Daniele Mattei

Guerra: come uno squarcio.

Guerra è un libro di poesie e un racconto che s’intrecciano tra loro. Le liriche si specchiano richiamandosi a vicenda, spesso tendenti alla prosaicità raccontano più storie dentro la stessa storia.

Guerra è un libro diviso in dieci sezioni, di cui diverse raccontano una storia e altre sono spari solitari. Le immagini, le parole consuete, le scene, l’immaginario dell’autore si spostano e confondono volutamente da una pagina all’altra.

Guerra è disamina di diversi conflitti, di diverse fratture: dal dolore esistenziale al dilemma del sentimento, dall’ironia lucida che spesso appare a smitizzare fino a un esame impietoso del nostro tempo.

Guerra è un libro da leggere dall’inizio alla fine, farsi prendere per mano nei conflitti, nei dubbi, dalle domande. Seguire l’autore tra gli spari e le macerie, svestirsi con lui da quella divisa e prendere finalmente quel treno.

Guerra: Il ritorno da un viaggio doloroso verso una bramata pace.


Daniele Mattei è nato nel 1975, ha pubblicato in antologie curate da Antonio Veneziani. Guerra è il suo primo libro.





19 November 2018

El Doctor Sax su Il Corriere della Sera - di Massimiliano Nerozzi (Italiano)



Precisazione sul discorso TAV, posto che possa fregare realmente a qualcuno la mia opinione sul tema:

Il mio discorso dell'intervista al Corriere della Sera su Torino entrava in un'ottica un po' più ampia e amara, nel senso che mentre i torinesi e i piemontesi si accapigliavano per 20 anni su un tunnel ferroviario, gli Agnelli svendevano la Fiat agli americani, Marchionne obbligava gli operai diMirafiori al referendum "o fai come dico io, o ti tolgo il lavoro", mentre, chi la governava invece di opporsi a questi ricatti, con Marchionne ci giocava a scopone e lottizzava una città. Forse più che su un tunnel avremmo duvuto scannarci sui temi veri che hanno stravolto e affossato la città di Torino: dal flop post Olimpico, alla chiusura (il fallimento!) della Fiat e di tutto l'indotto, ad una città che invece di reinventarsi, alimentava un sistema di potere fine a se stesso.

Penso che l'argomento TAV venga utilizzato strumentalmente da 20 anni a seconda degli interessi del momento, da varie forze politiche. Penso che nonostante tutte le campagne anti-TAV, alle quali ho partecipato in prima persona, questa grande opera non sia mai stata messa in realmente in discussione dagli enti pubblici. Penso che visto lo stato dei lavori non avrebbe senso lasciare incompiuta un'opera, già poco utile, così come poco utili, anacronistiche e strumentali (se non a fini meramente politici e propagandistici) mi appaiono le 2 manifestazioni, pro e contro il TAV. 

Detto anche che non sono un ingegnere civile, ma che mi occupo di libri e letteratura, vorrei vedere la stessa mobilitazione e lo stesso dibattito per temi come il Salone del Libro, dove magari, invece di fare i soliti giochini di palazzo, e scannarsi tra "analfabeti funzionali" e "madamine radical chic", si pensasse a salvare una delle eccellenze delle città che siamo ad un passo da perdere definitivamente. Sperando di non fare ancora una volta la fine dei capponi di Renzo.... 





23 October 2018

04 October 2018