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15 September 2026

Anacleto: un ricordo piccolo - di Gabriele Nero

 

Anacleto Verrecchia


Nel giorno del centenario dalla nascita, pubblichiamo la postfazione di Lettere Mercuriali, con un ricordo di Gabriele Nero

Una delle fortune che ho avuto nella vita è stata aver conosciuto Anacleto. E non quella di aver conosciuto Anacleto Verrecchia, ma Anacleto, perché per me era l’amico di mio padre, quello per cui anche negli ultimi tempi gli si riempiva lo sguardo di allegria e che spesso è l’inizio del racconto di episodi spassosissimi, scherzi elaborati e massime degne da rimanere storia.

Mio padre e Verrecchia sono stati professori e colleghi alla scuola media Alberti di Torino sul finire degli anni Settanta, prima che Anacleto iniziasse il suo periodo viennese, come addetto culturale all’ambasciata italiana. Ma più del rapporto professionale, tra loro nacque una profonda amicizia, all’inizio penso che fosse per la passione comune per la Natura, Verrecchia da vero e proprio filosofo, mio padre da ex contadino emigrato dalle campagne calabresi e trapiantato nella grande città. Fatto sta che fuori dalla scuola non era raro che i due condividessero escursioni in montagna, o nei vigneti piemontesi o semplicemente delle passeggiate per qualche parco torinese. Inutile aggiungere che questi momenti fossero conditi dall’ironia schopenhaueriana di cui Verrecchia fu profeta, ovvero l’arte di mettere in luce l’assurdità dell’esistenza con il sorriso sulle labbra. Ancora oggi passeggiando per Borgo San Paolo, il quartiere di Torino dove visse e insegnò, preferendo le scuole medie ai parrucconi universitari, è facile imbattersi in suoi ex allievi ognuno dei quali ha un ricordo divertente, una battuta, un episodio esilarante. La sua vittima preferita pare fosse la preside, una povera donna di media cultura e con qualche problema relazionale, la cui inadeguatezza veniva spesso messa buffamente in evidenza dal professor Verrecchia anche davanti ai ragazzi e corpo docenti. Ma gli stessi suoi ex studenti confermavano che aver avuto un privilegio ad aver avuto un professore come lui; qualcuno racconta che durante le lezioni di epica anche i bidelli prendessero posto con le sedie tra gli ultimi banchi per ascoltare il racconto dell’epopea di Ulisse o di Enea, e che spesso al suono della campanella qualcun altro gli chiedesse di continuare a spiegare anche durante l’intervallo. Inoltre pensate al vero privilegio di tutti quei ragazzini di un umile quartiere di Torino, figli per lo più di operai e casalinghe, che hanno imparato la lingua e la letteratura italiana, con uno più grandi intellettuali del secondo dopoguerra italiano.

Anche io, come i suoi ex studenti, ho conosciuto Anacleto da bambino. Avevo poco più di 8 anni e il suo ricordo è rimasto vivido nella mia memoria a distanza di anni, probabilmente perché aveva colpito la mia fantasia. Se siete nati tra gli anni Settanta e Ottanta, infatti il nome Anacleto non può che evocarvi una sola cosa: il gufo aiutante di mago Merlino ne La spada nella roccia nel cartone animato di Walt Disney. Nella mia immaginazione di bambino i due personaggi, vuoi per le folte sopracciglia e l’aspetto ieratico, vuoi perché è il personaggio più divertente del film, o forse perché viveva in una torre circondato da libri, iniziarono quasi a sovrapporsi, tanto che quel divertente amico di mio padre per me era come fosse la trasposizione in carne e ossa del personaggio di Walt Disney.

C’è un giorno in particolare che è rimasto nella mia memoria, che era domenica 14 aprile del 1991, il giorno prima della discussione della tesi di laurea in scienze politiche, conseguita a 44 anni suonati, per la cui stesura Verrecchia aiutò non poco mio padre. Di quel pomeriggio ricordo perfettamente che andammo a prendere Anacleto a casa sua, e nonostante la sua figura e la sua voce imponessero rispetto, ad accoglierci oltre a lui e a sua moglie Silvana, c’era un cagnetto di media taglia chiamato Tobia che salterellava e abbaiava per salutarci, che Verrecchia cercava bonariamente di zittire ma che finiva puntualmente per saltargli addosso. La tenerezza con cui trattava quel cagnolino, la casa stupenda e piena zeppa di libri e dei piatti decorativi appesi alle pareti, con le illustrazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie, resero subito simpatico ai miei occhi quell’amico di mio padre. 

Ricordo perfettamente che lasciammo la macchina al parco del Valentino, e dopo un gelato alla Latteria Pepino, cominciammo una lunga camminata sul lato opposto del Po, per raggiungere la Gran Madre e continuare la passeggiata proseguendo sul parco Michelotti, ovvero la stessa passeggiata che faceva Friedrich Nietzsche durante i suoi anni torinesi. Ovviamente gran parte del tempo venne occupato dai consigli che Anacleto dava a mio padre per affrontare la discussione del giorno dopo, ma tra un consiglio e l’altro spesso i due si fermavano davanti a qualche albero e la questione era sempre la stessa: «Secondo te che albero è questo?». La maggior parte delle volte non erano d’accordo e spesso il gioco innescava dei veri e propri duelli come tra novelli Linneo. Non essendoci all’epoca strumenti tecnologici per l’immediata verifica, le tenzoni potevano durare ore, giorni e settimane intere. E ricordo che quella domenica al parco Michelotti, proprio mentre i due stavano discutendo sull’attribuzione di un arbusto, arrivò vicino a noi un pallone, risultato di un tiro sbilenco di alcuni ragazzi che stavano giocando nel campetto vicino. A rimorchio arrivò un ragazzo tutto trafelato, che approfittando della pausa di gioco, prese fiato e ci chiese «Scusate, sapete come è finito il derby?». Erano gli anni in cui le domeniche si andava a passeggiare con la moglie sotto il braccio sinistro e la radiolina per seguire Tutto il calcio minuto per minuto nella mano destra, e ricordo che anche io non vedevo l’ora di conoscere il risultato di quella partita, ma a quelle parole la reazione di Anacleto fu quella di un marziano appena atterrato sulla Terra. Guardò il ragazzo con aria incuriosita e con la sua cadenza ciociara, fatta di acuti improvvisi e altrettanto improvvise ricadute su toni baritonali, chiese con stupore: «Il derby?! E che cos’è il derby?». Tra lo sguardo attonito del giovanotto e le nostre risate, mio padre abbozzò: «Toro-Juve, è la partita delle squadre della stessa città…». E Anacleto contestò: «e perché mai dovrebbe chiamarsi derby?», obiezione alla quale nessuno sapeva rispondere. Una di quelle parole che mutuiamo dall’inglese senza nemmeno preoccuparci di capirne appieno il significato. «Tra gli appassionati di calcio le partite stracittadine si chiamano così; ma tu non segui il calcio?». La risposta di Verrecchia spiazzò tutti: «Guarda Vittorio, è più facile vedere il Papa in un bordello che Anacleto in uno stadio». Tutti i presenti, compreso il calciatore della domenica, scoppiarono in una fragorosa risata.

La vicenda proseguì con mio padre che dovette spiegarmi con parole adatte a un bambino il significato della parola bordello, mentre Anacleto proseguì la sua ricerca etimologica, e come sempre ne colse il lato ironico visto che pare che la parola derby nasce in riferimento all’ippica e non al calcio, nello specifico ad una corsa al galoppo istituita in Inghilterra nel 1780 da Edward Stanley, conte di Derby, appunto.
Uno scatto del 15 aprile 1991, con Anacleto Verrecchia e sua Moglie Silvana Lenti

In questo ricordo piccolo, di bambino, penso si racchiuda quello che è stato Anacleto Verrecchia, intellettuale che come i suoi amati stambecchi, toccava le alte vette della filosofia, e che ogni tanto scendeva a valle ad osservare gli uomini e le loro ridicole manie. E nonostante non si mescolasse troppo con le grettezze degli umani, la sua figura, con piccoli gesti e soprattutto con i suoi libri è riuscita a cambiare la vita a molti, dai suoi studenti, ai suoi amici come mio padre, ai suoi colleghi nella scuola come nell’editoria, e soprattutto ai suoi lettori, che pur appartenendo a una piccola nicchia, custodiscono come un gioello i suoi libri, i suoi studi filosofici e i suoi aforismi.


A questo ricordo, infatti va aggiunto che mi sono riavvicinato poi a quello che per me era semplicemente Anacleto, quando ho iniziato il percorso prima di semplice lettore dei suoi libri, e poi ho avuto la fortuna di poter ripubblicare. Anacleto Verrecchia ha cambiato anche la mia vita, soprattutto grazie alla fiducia e alla stima che la moglie, Silvana Lenti, ha riposto nel nostro progetto editoriale, facendoci ripubblicare Cieli d’Italia, quando i titoli di Verrecchia, a pochi anni dalla morte, stavano finendo nel dimenticatoio. Così come non posso ringraziare il compianto Mimmo Fogola che ci ha facilitato per tutte le ristampe delle opere incluse nella sua splendida collana La torre d’avorio, un maestro di editoria per passione e gentilezza. Oggi, a quasi cento anni dalla nascita i libri di Anacleto Verrecchia vengono ristampati, ristudiati e riscoperti da nuove generazioni e nuovi lettori. Non parliamo di grandi numeri, ma posso dire per esperienza personale che sono lettori di qualità, e lettori che si innamorano dei suoi scritti.

L’altro giorno nella nostra libreria di Valencia è entrato un signore francese di mezz’età. Aveva un che di trasandato, tre o quattro tra zaini e borse, e con uno spagnolo stentato mi ha spiegato che aveva letto Cieli d’Italia, perché lo aveva trovato ad un mercatino di seconda mano. Si era messo alla ricerca degli altri libri, ed essendo di passaggio a Valencia, è venuto direttamente qui a comprarsi una copia del Diario del Gran Paradiso. Così incuriosito ho iniziato a parlare con lui della sua passione per i libri di Verrecchia, scoprendo che era uno scalatore di vulcani diretto alle Canarie: un altro stambecco dello spirito! E mentre mi rendo conto che sto finendo di scrivere questo testo proprio il 14 aprile, trentaquattro anni dopo rispetto al racconto del pomeriggio al parco Michelotti, ribadisco a me stesso che questi lettori sono il motivo per cui è necessario continuare a pubblicare i libri di Anacleto Verrecchia.
Gabriele Nero

05 May 2025

LETTERE MERCURIALI - Anacleto Verrecchia

 



Dopo più di duemila anni di silenzio sull'Olimpo, Giove decide di inviare nuovamente sulla Terra il suo messaggero alato, Mercurio, con la missione di fare da corrispondente e vedere come andassero le cose. Il reportage è desolante: il pianeta, un tempo culla di civiltà promettenti, è ora teatro dei disastri la maggior parte causati dall'uomo, una specie che ha saputo trasformare la bellezza in rovina. In Lettere Mercuriali, ultima opera, pubblicata postuma, di Anacleto Verrecchia, Mercurio assume il ruolo di narratore disincantato, inviando a Giove rapporti pungenti e ironici sulle follie umane. Come un osservatore invisibile e onnipresente, il dio messaggero, protettore di ladri e viaggiatori, descrive le assurdità sociali, politiche e culturali con la lucidità di chi non è coinvolto ma comprende la portata della distruzione. Le sue lettere sono resoconti al vetriolo, intrisi di umorismo amaro che svela le ipocrisie e le retoriche vuote del mondo contemporaneo. Verrecchia, attraverso la voce di Mercurio, non risparmia giudizi non convenzionali su figure venerate e interpretazioni univoche della storia, stimolando nel lettore riflessioni inedite e interrogativi inquietanti.

«Dovresti sentirli, o Giove, questi ciarlatani vestiti da filosofi: macinano tutti paglia vuota o spargono volute di fumo sulla testa dei loro allievi, quando non li annebbiano del tutto. Ne ho sentito alcuni, ma, pur essendo io un dio, non ho capito una saetta di niente di quello che dicevano. Però non se la passano male, perché vengono pagati dallo Stato. Se invece dovessero essere pagati dagli allievi, come avveniva con i filosofi antichi, credo che non riuscirebbero neppure a comperarsi un paio di sandali. Questa è gente inutile come la coda dei montoni, la quale non serve né per scacciare le mosche né per coprire le pudenda».

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda 1926-Torino 2012). Filosofo e germanista dallo stile inconfondibile, fu collaboratore di importanti quotidiani, quali La Stampa, Die Presse, Die Welt. Ha vissuto per lungo tempo a Vienna come addetto culturale presso l’Istituto Italiano di Cultura. Tra i suoi numerosi libri, tradotti anche all’estero, vanno ricordati quelli su Nietzsche, Schopenhauer, Giordano Bruno, Prezzolini e Lichtenberg. El Doctor Sax ha ripubblicato Cieli d’Italia (2019) e Diario del Gran Paradiso (2020), le due opere più intime e con valore letterario della produzione di Verrecchia, e Meglio un demonio che un cretino, raccolta di aforismi a cura di Dario Stanca.





03 May 2023

MEGLIO UN DEMONIO CHE UN CRETINO - Anacleto Verrecchia

 AFORISMI E PENSIERI

A CURA DI 
DARIO STANCA

COPERTINA: 
RICCARDO CECCHETTI




«L’uomo è qualche cosa in più o di sbagliato. Meglio toglierlo di mezzo»: questa l’idea che sta al centro del pensiero di Anacleto Verrecchia. Pensatore onesto, insofferente alle mode culturali, con uno stile lucido e dissacrante, si è impegnato in una proteiforme attività culturale: filosofo, scrittore, biografo e giornalista. Questo volume vuole essere un omaggio alla sua grande figura di intellettuale, attraverso una variegata raccolta di suoi aforismi, battute e pensieri fulminanti, tratti da opere divenute negli anni di difficile reperibilità.  Gli estratti sono stati selezionati da Diario del Gran Paradiso, Sulla filosofia da Università, Rapsodia viennese, Vagabondaggi culturali, La stufa dell’Anticristo e dall’opera postuma Lettere Mercuriali.


ANACLETO VERRECCHIA (Vallerotonda 1926-Torino 2012). Filosofo e germanista dallo stile inconfondibile, fu collaboratore di importanti quotidiani, quali La Stampa, Die Presse, Die Welt. Ha vissuto per lungo tempo a Vienna come addetto culturale presso l’Istituto Italiano di Cultura. Tra i suoi numerosi libri, tradotti anche all’estero, vanno ricordati quelli su Nietzsche, Schopenhauer, Giordano Bruno, Prezzolini e Lichtenberg. El Doctor Sax ha ripubblicato Cieli d’Italia (2019) e Diario del Gran Paradiso (2020), le due opere più intime e con valore letterario della produzione di Verrecchia.


«Tutti gridano al miracolo di Fatima e corrono a inginocchiarsi dinanzi alla Madonna che là, secondo leggenda, sarebbe apparsa ad alcuni pastorelli analfabeti e probabilmente allucinati. Strane, queste Madonne: non compaiono mai a un filosofo o a uno scienziato, ma sempre a pastorelli o a scimuniti».





05 December 2020

Schopenhauerismo e amore per la natura in Diario del Gran Paradiso di Anacleto Verrecchia - di Marco Brignone



Diario del Gran Paradiso, ora ripubblicato da El Doctor Sax, è un libro prezioso, da leggere e da conservare con cura nella propria biblioteca. 

Anacleto Verrecchia, a partire dall’età di ventiquattro anni, trascorse tre anni nel parco del Gran Paradiso, dal giugno 1950 al giugno 1953, e compose questi pensieri di natura prevalentemente aforistica. 

Vorrei qui fare emergere, attraverso le parole dell’autore, il nesso tra il suo schopenhauerismo e l’amore per la natura. 

Inizio con il considerare il tema dello stupore verso la natura. Egli scrive: «La filosofia non nasce forse, come dice Platone, da un sentimento di stupore di fronte ai fenomeni della natura? Ma il mondo è pieno di gente che parla di cose che non sente o che non conosce per esperienza diretta. I filosofi antichi erano così chiari, nelle loro esposizioni, proprio perché si basavano sull’osservazione diretta dei fenomeni» (p. 15). Per Verrecchia solo l’esperienza ha valore conoscitivo: 

«Amo un solo tipo di caccia, quella delle idee. Girovagare su per questi monti, posare lo sguardo ora sullo stambecco, ora sulla roccia, ora sulla pineta ora sul filo d’erba, ora sul ruscello ora sui monti, ora sull’infinitamente grande come il cielo ora sull’estremamente piccolo come l’insetto: tutto questo allena la mente e non di rado riempie il carniere dello spirito. E se l’insetto è più eloquente del libro, io chiudo il libro e osservo l’insetto» (p. 248). 

Per poter cogliere il pulsare dell’esperienza, però, occorre vivere in una condizione di solitudine: «I saggi non raccomandano forse di tenersi il più possibile in disparte dal gran mondo? E poi il silenzio è una condizione indispensabile per pensare e per riflettere. Chi non ama il silenzio non ama neppure la libertà» (p. 12). La montagna a questo riguardo è il luogo perfetto: «La pace e i grandi silenzi, i boschi a perdita d’occhio, i monti giganteschi e l’ampio cielo, verso il quale viene spontaneo di alzare gli occhi, danno ai nostri pensieri un indirizzo diverso. Si esce da se stessi e ci si immerge nei problemi generali, non individuali» (p. 81). 

L’amore per la natura si traduce in Verrecchia non nel piatto binomio natura-civiltà, ma nella meditazione schopenhaueriana sul dolore insito nella vita e nella lotta per l’esistenza, che ovunque si manifesta: 

«Tutto ho visto, la morte e la disperazione, il dolore e la lotta cruenta per la sopravvivenza. E chi dice che anche le piante non soffrano la loro parte? Spoglie e coperte di gelo, ora sembrano anch’esse piegate al dolore universale. No, meglio non guardare troppo a fondo nelle cose. Come il silenzio aiuta la tranquillità dello spirito, così una certa opacità tra noi e il mondo impedisce alla nostra coscienza di fare naufragio» (pp. 96-97). 

Toccante è poi questa riflessione: «Lo sguardo degli erbivori è dolce come la loro indole. Ed è per questo che se la passano male. La dolcezza è un elemento estraneo alla vita e al mondo» (p. 297). Infatti «la vita, comunque la si viva, è un affare che non copre le spese. Per tutti» (p. 83). 

Nel suo schopenhauerismo l’unione di tutti gli esseri ha una radice metafisica: «La nostra conoscenza riguarda il fenomeno, non la cosa in sé. Se uno riuscisse a conoscere se stesso come noumeno o cosa in sé conoscerebbe tutto il mondo, dato che tutti i fenomeni, nel mondo organico come in quello inorganico, traggono dalla stessa radice metafisica. La Volontà, come la chiama Schopenhauer, è unica: cambiano solo i modi e le forme di obiettivazione» (p. 276). Difatti «una è la forza che muove tutte le cose: la cascata che vien giù spumeggiando e la pianta che sale lentamente in alto, gli animali che si muovono sulla terra e gli astri che roteano in cielo. E una è anche la materia che le forma. L’unità nella pluralità» (p. 129). In tale concezione cosmologica organicistica «siamo tutti legati da un’intima parentela, perché tutti deriviamo dallo stesso principio metafisico. Ciò che si riflette negli occhi di un animale è la stessa volontà (intesa in senso metafisico) che si riflette nel mio e nel tuo sguardo. I naturalisti classificano gli animali, ma bisogna fare un passo più in là e riconoscere che gli animali, intimamente, non sono diversi da me e da te» (p. 283). Significativo è poi questo simbolo, quasi un axis mundi: 

«Le piante possono in qualche modo simboleggiare la teoria del mondo come volontà e rappresentazione, come fenomeno e cosa in sé. Le radici, che non vediamo e quindi non conosciamo, possono simboleggiare la cosa in sé; la chioma, che invece vediamo e conosciamo, può simboleggiare il fenomeno. La morte della chioma non comporta anche quella delle radici, che gettano di nuovo. Ma anche il nostro vero essere, ossia la nostra radice metafisica, non viene distrutto dalla morte» (p. 274-275). 

Il sentimento schopenhaueriano della compassione, inteso come partecipazione al dolore universale, oltre il principium individuationis, si concreta in queste pagine in una acuta attenzione verso gli animali: «Ciò che rende gli animali così gradevoli a vedersi è soprattutto la loro naturalezza. Essi vivono attaccati al filo del presente e hanno per così dire l’innocenza del divenire» (p. 13). Infatti «l’amore per gli animali, dice l’Avesta, è una via che conduce al cielo» (p. 38). La natura è essa stessa una forma di trascendenza: «Se proprio avete bisogno di un Dio, non cercatelo nel cuore dell’uomo, ma piuttosto nel canto degli uccelli, nel silenzio del bosco, negli occhi di un camoscio o nello scrosciare di un fiume» (p. 96). 

Dagli uomini, per contrasto, è meglio tenersi lontani: «I fili spinati e le schegge di vetro sui muri di cinta delle proprietà private la dicono molto lunga sui rapporti umani. E poi si grida libertà, uguaglianza, fratellanza» (p. 238). E ancora: «L’animale non si rifiuta di allattare un figlio non suo, ma a Torino ci si rifiuta di affittare una camera a un siciliano o a un calabrese» (p. 268). Ne sono ben consapevoli gli animali: «La distanza che gli animali tengono rispetto all’uomo è inversamente proporzionale al nostro grado di civiltà» (p. 269). 

In questo passo del 1951 Verrecchia annota in modo inquietante: 

«La terra si va gradatamente inaridendo e riscaldando. Questo dipende dalla scomparsa dei boschi. Le Alpi, un tempo, erano perennemente coperte di neve e di ghiacciai. Ora, durante l’estate, le neve la si vede solo sulle cime delle montagne più alte, mentre il ghiacciaio della Grivola diminuisce di anno in anno. Lo si può anche notare dal colore meno scuro della roccia che il ghiacciaio lascia di mano in mano scoperta. E scompare, naturalmente, anche la flora. Un tempo questa arrivava a un’altezza molto superiore a quella del casotto, come dimostrano i vecchi ceppi di larice o di pino. Ora non più. Il nostro pianeta ha avuto un inizio e avrà anche una fine. Tutto ha un curriculum vitae» (p. 180). 

Già allora, infatti, egli era consapevole dell’impatto negativo dell’uomo sulla natura: 

«Tutto quello che scende in basso, laggiù dove vivono gli uomini, s’insozza. Penso a questi ruscelli così limpidi e puri, che vanno a portare la vita a sua maestà l’uomo. E che cosa ricevono in compenso? Tonnellate e tonnellate di escrementi, di liquami e di altre sozzure. Dal paradiso terrestre alla fogna: è questo il divino corso della storia di cui parla Hegel? Mi chiedo che cosa sarà del nostro pianeta fra cento o duecento anni, quando la popolazione si sarà almeno quadruplicata. L’uomo sarà pure l’animale più nobile, però è sporco e contamina» (p. 180). 

Dure considerazioni riserva poi ai connazionali, definiti «anarchici per carattere e pappataci per vocazione»(p. 268), e «gitanti motorizzati» (p. 293): 

«Gli italiani sono un popolo di sedentari, per non dire di pigraccioni e di mollaccioni. Non camminano e non amano la natura. A una bella camminata nel bosco preferiscono il ristorante, dove s’ingozzano di cibo fino all’inverosimile. Molti di quelli che incontro chiedono per prima cosa dove ci sia un buon ristorante, possibilmente “tipico”. Gli stranieri, invece, chiedono quasi sempre dove conduca questo o quel sentiero, oppure quante ore ci vogliano per attraversare questo o quel colle» (p. 270). 

Egli individua una causa remota di questa incultura negli «gli stupidi dualismi come spirito e materia, uomo e animale, ecc.» (p. 24). D’altronde «chi è pigro nel camminare non ama la natura. Ma il parco bisogna visitarlo a piedi, non in macchina» (pp. 203-294). 

Ci sono però uomini che non hanno perso innocenza e purezza, come l’amico Osello: 

«La musica va sentita, non capita. Non si esprime per concetti. Molte persone, anche se colte, sono completamente insensibili alla musica. Infatti la cultura e l’erudizione non hanno niente a che fare con la sensibilità estetica. Il mio amico Osello non sa che cosa sia un diesis o un bemolle, ma se sente della bella musica si trasfigura. L’ho notato mentre ascoltavamo per radio brani di Wagner. La stessa cosa capita con la poesia. Quante volte gli ho letto brani dell’Odissea, dell’Eneide, della Divina Commedia o del Faust! E lui sempre teso ad ascoltare. Io preferisco di gran lunga la sua sensibilità, così genuina, alle chiacchiere di un erudito» (pp. 276-277). 

Memorabile è poi questo splendido ricordo del filosofo Piero Martinetti: 

«Fu uno dei pochissimi professori universitari (appena dieci su 1500) che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Gli amici lo abbandonarono subito, perché temevano di compromettersi. Accade sempre così in simili circostanze. Già Ovidio dice che come le formiche abbandonano i granai vuoti, così gli amici abbandonano chi cade in disgrazia. Ma Piero Martinetti, bastando a se stesso, non sentiva assolutamente la mancanza di amici, veri o falsi che fossero. L’innocenza degli animali, che egli amava moltissimo (non per niente era uno schopenhauriano e s’interessava di filosofia indiana), non gli faceva rimpiangere l’amicizia infida degli uomini. Lontano dai rumori del mondo, dove di regola regna la malvagità e comanda la pazzia, trascorreva il suo tempo nello studio e nella meditazione» (p. 265-266). 

Occorre cercare la solitudine e il silenzio di questi alti spazi: «Nulla contribuisce alla tranquillità dell’anima come lo star seduti vicino a un ruscello e ascoltarne il rumore. È come se l’acqua che serpeggia tra i sassi si portasse via i nostri affanni» (p. 262). Così come la compagnia degli animali, lo stambecco, la marmotta, l’aquila, il merlo e il corvo: «Che cosa vuole comunicarmi il gracchio che mi guarda così attentamente? Ha un’aria assorta e sembra che rifletta anche lui sul proprio destino» (p. 274). 

In questo dicembre, lontano dal Nivolet e dai luoghi incontaminati del parco, istituito novantotto anni or sono, mi è di consolazione leggere le parole di Anacoreta Verrecchia: 

«Rimanere isolati dalla neve, senza la possibilità di ricevere o di trasmettere notizie al mondo, è un’esperienza incredibilmente piacevole e unica nel suo genere. Si è a contatto solo con gli elementi della natura e si prova un’ebrezza panica. Ci si sente, per così dire, reintegrati nella natura. È una specie di apocatastasi. I rumori del mondo e la commedia della vita sono lontani, e questo dà pace allo spirito» (p. 290). 



Marco Brignone 
5 dicembre 2020