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16 September 2026

BEATNIK POESIE DI LEI - di Antonella Barina


Le ragazze beat non erano solo le morose dei Rolling Stones. Pensavano e scrivevano. Ora rivelano tratti propri e fili comuni tutti da decodificare come fa Alessandro Manca, ricercatore dell’underground italiano, che introduce Beatnik: Poesie di lei, raccolta di poesie inedite di Antonella Barina scritte tra il 1967 e il 1975 . Un “lei” riferito sia all’altra metà dell’universo beat letterario e del mondo beatnik, cioè di strada, sia all’interiorità dell’autrice da adolescente. Veniamo così a sapere cosa pensava e di che poetava una ragazzina selvaggia tra gli anni Sessanta e Settanta che, tra una canzone e l’altra, leggeva Majakovskij, Whitman e Lorca, le stesse fonti dei beat letterari d’oltreoceano. Per Barina, i/le beat «si ribellavano alla norma di un benessere illusorio del quale solo oggi vediamo il crollo, prefigurato anzitempo – a partire dalle radici consumistiche di massa di quel benessere – dalla poesia beat. In questo senso il beat ha avuto una innegabile funzione profetica».

Dall’identità all’ambiente, al viaggio, all’astrale, la poesia di Antonella Barina (Venezia, 1954), poeta, drammaturga, giornalista professionista, viaggiatrice e ideatrice di percorsi che hanno coinvolto centinaia di poeti, evolve dalle sue poesie beat, inedite e per la prima volta qui date alle stampe. Una pratica poetica fatta di reading e incontri, fedele a se stessa e metricamente infedele: dal senario all’endecasillabo, dagli haiku ai landai, in italiano, veneziano e siciliano antico. Ma le radici sono tutte nel verso libero di queste poesie scritte tra il 1967 e il 1975. Tra le numerose raccolte pubblicate, Madre Marghera, 1997, sulla zona industriale veneziana, Turning. Le città della luna, 2000, dove gira l’Anatolia da sola per capire il senso della danza derviscia. Birds. Walking between Stonehenge and Avebury, 2004, un viaggio a piedi nella contea del Wiltshire.





22 April 2025

L'ALFABETO E I GIORNI: AVVENTURE TRIBALI ALLE ELEMENTARI - Gianni Milano


L'alfabeto e i giorni è un racconto sognante, ma allo stesso tempo una cronaca pedagogica rimasta a lungo custodita nei cassetti di un maestro e poeta dall'anima libera. Il libro ci riporta all'anno scolastico 1976-1977, tra le mura di una scuola elementare di Ciriè, nella provincia piemontese, dove Gianni Milano, come un capo tribù, guida la sua singolare comunità di bambini in un’avventura formativa che travalica i confini tradizionali dell'aula. Questo libro non è un arido manuale, bensì un viaggio on the road che pulsa di vita e di scoperte. Un anno intero trascorso in sella alla bicicletta, ma non solo, insieme a un gruppo di giovani esploratori, dove i veri protagonisti sono la libertà espressiva che germoglia senza costrizioni, la comunicazione che abbatte le barriere tra adulto e bambino, l'ascolto che valorizza ogni singola voce, l'esplorazione curiosa del mondo e la gioia della scoperta che accende la scintilla dell'apprendimento.

Gianni Milano (Mombercelli, 1938 – Torino, 2025) è stato un pedagogista, poeta fra i più significativi della letteratura underground, e maestro che ha incarnato con coraggio e dedizione didattiche libertarie, portate avanti sempre con entusiasmo e “stupore”. Nel 1971, già insegnante di scuola elementare a Torino, si laurea con lode in Pedagogia all’Università di Torino, con una tesi intitolata Per una educazione libertaria: la a-pedagogia. Il suo pensiero alternativo, in contrapposizione ad una consuetudine di scuola ormai superata, ha creato scompiglio e interesse negli ambienti culturali, accademici e pedagogici. Conosciuto anche come il “maestro capellone”, è stato tra i fondatori del Movimento di Cooperazione Educativa, che proponeva una nuova didattica per potenziare la libertà espressiva, la comunicazione, l’esplorazione e la scoperta. Nel 1974 ottiene il trasferimento alle elementari di Ciriè, dove insegnerà fino al 1992, prima alla Giovanni Bosco e poi alla Bruno Ciari. Gianni Milano identifica Ciriè come la propria Itaca, dove sperimenta l’innovazione e la meraviglia del proprio pensiero pedagogico: «uno spazio vivo reale e praticabile dove costruire un solido senso di appartenenza». Qui, infatti, il maestro Gianni riesce a mettere in pratica le teorie di Celestin Freinet, per una esperienza diretta della formazione: «Non fare lezioni frontali ma rispondendo alle domande dei bambini. Utilizzare gli spazi esterni all’aperto individuando nel territorio, nella natura, nella società stimoli educativi pregnanti». La bicicletta è il mezzo di trasporto utilizzato dalla classe e dal maestro stesso.