Lorenzo Viani (1882–1936) fu un pittore, incisore e scrittore viareggino la cui vita fu espressione della sua arte, caratterizzata da un radicale anticonformismo e da un profondo legame con gli emarginati. Formatosi prima con Plinio Nomellini, frequentò l'ambiente anarchico-socialista e si recò a Parigi, dove assorbì le influenze dell'espressionismo europeo, sviluppando un tratto crudo e drammatico. La sua opera artistica, tanto quella pittorica e xilografica, quanto quella letteraria, è dominata dai temi degli emarginati, dei malati, dei marinai e dei vagabondi (i vàgeri) che egli elevò a simboli di un'autenticità incontaminata dalle ipocrisie borghesi. Lasua arte non si limitava a dipingere volti, li raffigurava con l'irrequietezza di un'anima in tempesta. Dimenticate i pittori rassicuranti che si studiano a scuola: Lorenzo Viani era un autentico incubo espressionista trapiantato nella placida Versilia. Vicino, per sensibilità turbolenta, ai maestri nordici come Schiele, Munch e Kokoschka, questo viareggino fu un genio mancato dell'Olimpo del Novecento, destinato a rimanere un pittore degno di qualche trafiletto nei libri di storia dell'arte. Sicuramente nella marginalizzazione della critica ha influito molto il rapporto complesso e contraddittorio di Lorenzo Viani con il Fascismo, poiché fu tra i primi intellettuali ad aderire ma anche a rompere con il regime. Animato da un feroce spirito antiborghese e anarchico, Viani vide inizialmente nel fascismo delle origini di Benito Mussolini una forza rivoluzionaria e violenta capace di spazzare via l'ipocrisia e il perbenismo della società liberale, credendo che il movimento potesse dare voce agli ultimi. Tuttavia, questa sua adesione fu di breve durata: quando il regime si consolidò trasformandosi in un apparato di potere burocratico e conformista, Viani ne riconobbe il tradimento degli ideali iniziali e se ne allontanò drasticamente già attorno al 1931. Questo percorso politico lo rese doppiamente scomodo: fu ignorato e censurato dal regime fascista che non tollerava più il suo spirito critico e la sua arte espressionista e popolare; venne poi trascurato dalla critica del dopoguerra, prevalentemente antifascista, che non volle riabilitare un artista con un passato politicamente ambiguo e compromesso. Viani finì così nel dimenticatoio, schiacciato tra due fronti che rifiutarono il suo radicalismo senza compromessi.
E nella scrittura? Lì Viani dava il meglio di sé come campione dell'espressionismo dialettale, un genere talmente anomalo e particolare che, di fatto, lui era l'unico a farlo così. Armato di una straordinaria ricchezza verbale, attingeva al dialetto viareggino, al gergo marinaro o militare – insomma, a tutto ciò che suonava più autentico e meno borghese. Il dialetto, sotto la sua penna, non solo narrava, ma colorava i racconti con tinte nette e violente, proprio come faceva coi suoi quadri tragici.
La Toscana è infatti una presenza viscerale nell'opera di Viani, ma è filtrata attraverso una sensibilità diametralmente opposta a quella dei Macchiaioli; se con questi ultimi condivideva l'ambiente rurale e il gusto per la piccola scena quotidiana, Viani utilizzava la regione come sfondo del disagio, concentrandosi non più sull'idillio rurale o sulla pacifica quotidianità contadina, ma sulla Versilia popolare e sul dolore degli umili, esasperando le figure e i paesaggi attraverso il suo stile crudo e diretto. La sua Toscana è quella marginale e ribelle, usata per esprimere il tumulto interiore, lontanissima dall'eleganza formale e dalla serenità visiva ricercata dai Macchiaioli.
Questa raccolta di racconti del 1925, I Vàgeri, incarna perfettamente la poetica radicale di Lorenzo Viani, immergendo il lettore in un mondo di emarginazione e umile dignità, lontano dai salotti aristocratici. Attraverso una scrittura irruenta e disinibita, che fa esplodere i confini della lingua con l'uso sapiente e brutale del viareggino, il libro non si limita a ritrarre i vagabondi, i contadini, i rinnegati, ma li trasforma in simboli di resistenza e in archetipi di una verità esistenziale che la società ufficiale rifiuta di vedere. Questa prosa, affiancata idealmente alla deformazione espressionista delle sue tele, stravolge il paesaggio sociale e umano per far emergere il martirio interiore dei suoi soggetti, rendendo ogni racconto un atto di accusa contro l'ipocrisia e la falsità morale dell'epoca: un vero e proprio manifesto di quello che i critici del tempo etichettarono come “vàgerismo”. Il lettore è così condotto in una zona di frontiera dove la sofferenza si fa arte e la marginalità si erge a cattedra di autenticità.
Sebbene, come abbiamo visto, le sue complesse posizioni politiche, oscillavano tra un anarchismo viscerale e una simpatia per il primo fascismo rivoluzionario (per questo spesso definito "anarco-fascista”), il suo impegno più coerente rimase la denuncia sociale, come in Le chiavi nel pozzo, un'intensa incursione nel manicomio di Magliano. Il contributo artistico e letterario di Viani trascende la mera estetica, configurandosi come un atto di militanza che ha immortalato le esistenze precarie e le miserie umane, trasformando la sua opera in un'incessante requisitoria contro le ingiustizie sociali. Viani usò la sua espressione feroce e autentica per dare riscatto ai morti di fame, lasciando un duraturo testamento di solidarietà che sfida ogni ipocrisia borghese. Viani morì a Ostia il 2 novembre (condividendo giorno e luogo di morte con un altro irregolare dalla parte degli ultimi: Pier Paolo Pasolini) del 1936, a causa della tubercolosi, lasciando un'eredità artistica e letteraria caratterizzata dalla violenza espressiva e da una costante, disperata, ricerca di verità umana.
Sebbene, come abbiamo visto, le sue complesse posizioni politiche, oscillavano tra un anarchismo viscerale e una simpatia per il primo fascismo rivoluzionario (per questo spesso definito "anarco-fascista”), il suo impegno più coerente rimase la denuncia sociale, come in Le chiavi nel pozzo, un'intensa incursione nel manicomio di Magliano. Il contributo artistico e letterario di Viani trascende la mera estetica, configurandosi come un atto di militanza che ha immortalato le esistenze precarie e le miserie umane, trasformando la sua opera in un'incessante requisitoria contro le ingiustizie sociali. Viani usò la sua espressione feroce e autentica per dare riscatto ai morti di fame, lasciando un duraturo testamento di solidarietà che sfida ogni ipocrisia borghese. Viani morì a Ostia il 2 novembre (condividendo giorno e luogo di morte con un altro irregolare dalla parte degli ultimi: Pier Paolo Pasolini) del 1936, a causa della tubercolosi, lasciando un'eredità artistica e letteraria caratterizzata dalla violenza espressiva e da una costante, disperata, ricerca di verità umana.
Gabriele Nero



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