Le ragazze beat non erano solo le morose dei Rolling Stones. Pensavano e scrivevano. Ora rivelano tratti propri e fili comuni tutti da decodificare come fa Alessandro Manca, ricercatore dell’underground italiano, che introduce Beatnik: Poesie di lei, raccolta di poesie inedite di Antonella Barina scritte tra il 1967 e il 1975 . Un “lei” riferito sia all’altra metà dell’universo beat letterario e del mondo beatnik, cioè di strada, sia all’interiorità dell’autrice da adolescente. Veniamo così a sapere cosa pensava e di che poetava una ragazzina selvaggia tra gli anni Sessanta e Settanta che, tra una canzone e l’altra, leggeva Majakovskij, Whitman e Lorca, le stesse fonti dei beat letterari d’oltreoceano. Per Barina, i/le beat «si ribellavano alla norma di un benessere illusorio del quale solo oggi vediamo il crollo, prefigurato anzitempo – a partire dalle radici consumistiche di massa di quel benessere – dalla poesia beat. In questo senso il beat ha avuto una innegabile funzione profetica».
Dall’identità all’ambiente, al viaggio, all’astrale, la poesia di Antonella Barina (Venezia, 1954), poeta, drammaturga, giornalista professionista, viaggiatrice e ideatrice di percorsi che hanno coinvolto centinaia di poeti, evolve dalle sue poesie beat, inedite e per la prima volta qui date alle stampe. Una pratica poetica fatta di reading e incontri, fedele a se stessa e metricamente infedele: dal senario all’endecasillabo, dagli haiku ai landai, in italiano, veneziano e siciliano antico. Ma le radici sono tutte nel verso libero di queste poesie scritte tra il 1967 e il 1975. Tra le numerose raccolte pubblicate, Madre Marghera, 1997, sulla zona industriale veneziana, Turning. Le città della luna, 2000, dove gira l’Anatolia da sola per capire il senso della danza derviscia. Birds. Walking between Stonehenge and Avebury, 2004, un viaggio a piedi nella contea del Wiltshire.



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