martes, 7 de julio de 2020

DIARIO DEL GRAN PARADISO - Anacleto Verrecchia


COPERTINA DI 
MARCO DE LUCA

«Dividere il cielo con gli stambecchi, ma anche con i camosci e le marmotte, è un’esperienza molto gradevole e unica nel suo genere: l’anima si allarga, lo spirito si arricchisce e l’innocenza degli animali fa dimenticare la malvagità degli umani». 


È questa la fondamentale esperienza fatta da Anacleto Verrecchia in gioventù, quando per tre anni visse, lavorò e meditò nel Parco del Gran Paradiso. Esperienza non d’isolamento, ma, piuttosto, di diradamento del commercio coi propri simili. Cosa cercava lassù? Certo, conforto da un tormentoso dolore, come l’essere stato testimone diretto, da bambino, degli orrori della Battaglia di Montecassino. Ma trovò anche altro: un punto nuovo d’osservazione degli uomini, la possibilità d’accedere ad un diverso grado di conoscenza. Di quel periodo è rimasto questo libro: un diario, uno zibaldone di riflessioni. Da luogo reale il Parco diventò per lui anche un luogo mentale, un rifugio, una costante del suo modo di giudicare e soprattutto del suo modo di essere.

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda, 1926 - Torino, 2012) germanista e filosofo, ha vissuto fra Torino e Vienna, dove è stato per anni addetto culturale. Ha scritto numerosi libri tra i quali La catastofe di Nietzsche a Torino (Einaudi 1978), Giordano Bruno la falena dello spirito (Donzelli 2000) e Cieli d’Italia (El Doctor Sax 2019) e ha collaborato con le pagine culturali de La StampaDie Presse Die Welt. Verrecchia odiava la caccia, i politici, i cacalibri e i preti; invece amava molto Schopenhauer, la natura, le montagne, gli alberi monumentali e lo sguardo nobile degli animali. Lavorò sempre al confine tra letteratura e filosofia: la sua prosa filosofica chiara, energica e spesso polemica, è stata giudicata tra le migliori scritte oggi in Italia.

 «"Diario del Gran Paradiso" è senza alcun dubbio il libro più bello di Anacleto Verrecchia».
Sossio Giammetta

 «Intanto Cognetti, per non perdere il lettore tra cazzuola e materiali idraulici, infila senza citarle perle di saggezza di Thoreau, Twain e soprattutto di Anacleto Verrecchia, autore di quel “Diario dal Gran Paradiso” che avremo letto in cento (tra cui Cognetti) perché è un capolavoro immenso scritto dal giornalista culturale de “La Stampa” e tra i massimi studiosi europei della vita di Nietzsche»
Gian Paolo Serino

 «Ho girato il mondo e fatto mille esperienze, sempre fedele alla mia idea che l’uomo, se non vuole arrugginire, deve di tanto in tanto cambiare lavoro e rinnovarsi. Così ho frequentato industriali e quattrinai, scrittori e professori, diplomatici e gente di mondo. Ma giuro, e prego il lettore di credermi, che non ho mai incontrato una creatura più nobile, più fiera e soprattutto più onesta dello stambecco, che vive in alto e disdegna le bassure. A lui dedico queste pagine della mia giovinezza».
Anacleto Verrecchia



viernes, 26 de junio de 2020

ICONOCLAST POSTERS - Marco De Luca



Iconoclast Posters es un post-libro artístico inspirado en los mitos e íconos de la cultura pop. Nuestras obras de arte tienen la intención de celebrar algunas figuras importantes del pasado, y también llevarlas de vuelta a un nivel más humano, usando ironía, sarcasmo y parodia, jugando y desmitificando iconos de los últimos dos siglos. Este libro fue pensado como un catálogo de arte y diseñado para ser recortado y poder usar los íconos para crear tu exposición personal. Iconoclast Posters es un proceso pop art para compartir obras de arte diferentes y significativas para la decoración del hogar, y ofrecer a nuestros clientes ilustraciones elaboradas a un precio asequible. 

Marco De Luca es un artista digital, nacido en Turín (Italia) en 1981. Estudiando historia, filosofía y griego antiguo en la escuela secundaria, comenzó a hacer las caricaturas de sus profesores. En 2012 se mudó a México para seguir con sus estudios universitarios en Iconografía, estudios que lo inspiraron en su trabajo artístico. 

Las impresiones y los canvas de los íconos de este libro se pueden comprar en la web Iconoclast Posters.



Iconoclast Posters è un post-book artistico ispirato ai miti e alle icone della cultura pop. Le nostre opere intendono celebrare alcune figure importanti del passato e riportarle ai giorni nostri a un livello più umano, usando ironia, sarcasmo e parodia, giocando e desmitificando le icone degli ultimi due secoli. Questo libro è stato pensato come un catalogo d'arte e progettato per essere ritagliato utilizzano le immagini per creare la tua mostra personale! Iconoclast Posters è il frutto di un processo creativo pop-art, che vuole portare opere d'arte elaborate e significative nell'arredamento di casa, per fornire ai nostri clienti opere d'arte molto raffinate a un prezzo accessibile. 

Marco De Luca è un artista digitale, nato a Torino nel 1981. Studiando storia, filosofia e greco antico al liceo classico, ha iniziato a realizzare le caricature dei suoi professori. Nel 2012 si è trasferito in Messico per approfondire gli studi universitari di Iconologia, studi che lo hanno particolarmente stimolato nel suo lavoro artistico. 

Stampe e tele delle icone di questo libro possono essere acquistate sul sito Web Iconoclast Posters



Iconoclast Posters is an artistical post-book inspired by pop-culture myths and icons. Our art works intend to celebrate some important figures from the past, and also bring them back to a more human level, using irony, sarcasm and parody, joking and demythologizing icons of the last two centuries. This book was thought off as an art catalog and designed to be cut out and to use icons to create your personal exhibition! Iconoclast Posters is a pop-art trial to bring sophisticated and meaningful artworks in the home décor. We want to provide our customers very fine artworks to an affordable price. 

Marco De Luca is a digital artist, born in Turin (Italy) in 1981. Studying history, philosophy and ancient greek at high school, he started making his teachers' caricatures. In 2012 he moved to Mexico to study Iconography at University, that inspired him in his artistic work. 

Prints and canvas of the icons on this book can be purchased on the website Iconoclast Posters.


jueves, 25 de junio de 2020

lunes, 22 de junio de 2020

Recensione di Una svastica sul viso di Luca Buoncristiano - di Jane T. Giugno20 (italiano)


Una svastica sul viso di Luca Buoncristiano

“Sono fratello di questi corridoi da più di cinquant’anni. Questi soffitti sono i miei padri. Non ho mai chiesto a nessuno di proteggermi. Dormo su una branda di parole e non ci sono quadri su queste pareti.”

Charles Manson, il criminale statunitense più famoso della storia, noto in tutto il mondo per essere stato il mandante della strage in Cielo Drive. Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, fu uccisa da alcuni membri della Famiglia Manson.
Era incinta di otto mesi.
L’infanzia di Charlie non inizia nel migliore dei modi. Un padre che non conosce e che mai conoscerà, una madre che scambia volentieri il figlio per un po’ d’alcool. Un bambino che nasce senza amore e che senza amore viene ricambiato, dove può trovarlo? Incapace di rispettare le regole che la vita ci impone, a tutti, inizia così un lungo percorso tra riformatorio e carcere, per anni, in cui affinerà al meglio la sua dote migliore: manipolare la gente.

“Sono un disertore della società. Un muto ragazzo di campagna mai cresciuto. Sono andato in prigione a otto anni e sono uscito a trentadue anni. Un bambino precoce di trentadue anni.”

Luca Buoncristiano (autore e illustratore dell’indimenticabile Libro Rotto) ci offre una piccola parte di Manson che molti di noi non vedono o si rifiutano di vedere. Ed è giusto, è difficile vedere qualcosa di umano verso colui che ha creato quella potente Famiglia che ha ucciso senza pietà persone senza colpa. Provando a non pensare a queste atrocità, ho ascoltato questo lungo monologo tra Charlie e Charlie, tra finzione e realtà, che Luca ha ingegnosamente ascoltato e riportato nel suo ultimo libro, Una svastica sul viso.

Luca Buoncristiano ha uno stile che ipnotizza. È difficile, se non impossibile, trovare un autore che distorce la verità visibile agli occhi di tutti, per mostrarcene un’altra, forse più logica della prima. Con una serie di aforismi già noti, e molte citazioni dello stesso Manson in varie interviste, Luca Buoncristiano riordina le carte in tavola per mostrarci qualcosa che in tutta questa lunga storia di Charles Manson, ci era sfuggita. Una parte, piccola, ma enorme di Charlie, che non avrei mai visto se Buoncristiano non lo avesse scritto. Prima cosa da fare quando lo si legge: matita alla mano, e sottolineare quei giochi di parole in cui Luca è ormai un professionista.



“Che cappa questa malinconia che non vuole andare più via. Ho ucciso qualcuno?”


Jane T.

miércoles, 17 de junio de 2020

UNA SVASTICA SUL VISO - Luca Buoncristiano


Charles Manson è stato il criminale statunitense più famoso al mondo, noto per essere il mandante delle stragi Tate-LaBianca dove vennero uccise sette persone tra le quali Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski, incinta di otto mesi. 


Con un’operazione di docufiction letteraria, frutto di un gioco tra finzione e realtà che utilizza le dichiarazioni dello stesso Manson, Luca Buoncristiano costruisce un monologo, uno stream of consciousness del Manson più intimo. 

Il risultato è un autoritratto surreale e lisergico, la disperata confessione di una delle più celebri icone del male, malgré lui. 

Luca Buoncristiano (Roma 1976) autore e illustratore, ha lavorato per radio e televisione. Ha collaborato con gli scrittori Sandro Veronesi e Edoardo Albinati ed è stato il curatore del lascito artistico di Carmelo Bene. 

Autore di Joe Rotto, apparso più dieci anni fa nel primo blog di sole illustrazioni italiano, ha pubblicato Mary e Joe Fazi Editore 2007, Panta Carmelo Bene Bompiani 2012, Libro Rotto El Doctor Sax 2017, Album Rotto El Doctor Sax 2018.


martes, 16 de junio de 2020

Sangue e Latte di Eugenio Di Donato su Libri nell'aria - Di Laura Salvadori Giugno20 (Italiano)






Sangue e Latte
di Laura Salvadori

Poco più di cento pagine. Pagine dense, che si appoggiano sull’anima e lì sedimentano. E covano, e prolificano e lasciano conseguenze.

La storia, scritta in prima persona, è un lungo monologo in cui il protagonista, Ludovico Travagli, parla di sé.

La storia di Ludovico non ha niente di diverso dalla storia di qualsiasi bambino nato negli anni del boom economico, in seno ad una famiglia attaccata alle tradizioni, dove l’unico dovere è il lavoro, dove si è abituati a non contare niente come individuo ma solo come uomo o donna dotato di braccia per lavorare e di un percorso prestabilito da seguire. Senza mai deviare, senza doversi interrogare su ciò che è giusto o sbagliato. Con l’assuefazione atavica a tacitare i desideri più intimi, come il bisogno di una carezza o di una semplice parola. Con il bisogno di essere approvato, di non deludere, di non tradire le aspettative. Dove i propri sentimenti sono tabù e neanche ci si affanna a conoscerli, figurarsi a dar loro una voce.

Ludovico da piccolo ha conosciuto il dolore e anche la vergogna che deriva dal non sapergli dare un nome. E’ cresciuto nascondendosi, negando se stesso, abbacinato dal bisogno di essere approvato. Sovrastato dalle figure dei nonni, creature votate al lavoro, presenti ma al tempo stesso distaccate, alle quale mostrare devozione. Deluso dai genitori, che hanno divorziato in un’epoca che disapprova il disgregarsi della famiglia. Allontanato dal suo paese prima e mandato a studiare nella metropoli poi, dove la spersonalizzazione e l’assenza di rapporti sociale imperversa. Indotto alla ricerca spasmodica di una realizzazione nel lavoro, non prima di aver accarezzato il sogno di una laurea, come atto dovuto verso chi, con sacrificio, ti ha permesso di studiare. Indottrinato dall’obbligo di essere felice e di rendere evidente queste felicità agli occhi, inquisitori ed esigenti, della famiglia.

Ludovico non ha fatto niente per sé ma tutto per gli altri. Persino il rapporto con la fidanzata, Agata, segue un sentiero già battuto.

Ed è così che Ludovico si ritroverà ad aspettare un figlio e lo perderà, subito, inspiegabilmente, vivendo la perdita come un castigo. Il nome del figlio nato morto ricorre spesso nel romanzo; Ludovico e Agata forse non sono stati degni di essere genitori. Perché un figlio non deve essere portatore di felicità, né di alcuna aspettativa per chi gli dà la vita.

Ludovico alla fine troverà il coraggio di togliersi di dosso il giogo delle aspettative e deciderà solo per se stesso. L’epilogo darà finalmente uno spiraglio di ossigeno al lettore e anche la certezza che il dolore, se condivido con qualcuno, porta spesso alla redenzione e alla libertà.

I miei complimento a Eugenio Di Donato. La sua scrittura è un soffio delicato, il cui respiro, prima debole e incerto, risale con forza le acque ferme e stagnanti verso la superficie, verso l’aria, che diventa densa di profumi e di suoni confortanti. Davvero ben fatto è lo studio introspettivo che conduce in questo suo romanzo, che è pieni di spunti, di riflessioni, di citazioni che ho spesso sottolineato per ricordarle.

Difficile staccarsi dall’idea che Sangue e latte sia un romanzo autobiografico. Se non lo fosse, è comunque profondamente intimo e indiscutibilmente il catalizzatore perfetto delle sensazioni dell’autore, del suo vissuto, del suo essere.


Sangue e latte è un romanzo in cui riconoscersi, in cui annegare i nostri ricordi e un pezzetto dei nostri dolori esistenziali, perché essere figli è un mestiere difficile, forse più dell’essere genitori. Essere figli e crescere implica la necessità di dover spezzare le catene, dolci ed infide, dell’innato desiderio di compiacere, che nasce insieme a noi e che chiede, incessantemente, di essere amati per come siamo.


Ringraziamo Laura Salvadori e la sua bellissima pagina Instagram Libri nell'Aria per averci concesso i diritti di riproduzione della sua recensione.

martes, 9 de junio de 2020

Recensione di Sangue e Latte di Eugenio Di Donato - Di Federica Zuliani Giugno20 (Italiano)





«Sangue e Latte» 
di Federica Zuliani


«Sangue e Latte» è un lungo racconto di rapida e piacevole lettura. D’altra parte l’autore (E. Di Donato) adotta nella stesura uno stile conciso, quasi scarno, chiaro e scorrevole, molto equilibrato anche nell’affrontare argomenti che potrebbero diventare scabrosi: li annuncia, li sorvola, non ci insiste. Per sua ammissione si concentra sull’utilizzo e il significato delle parole, «sul senso che svelano», perché non vi siano dubbi o fraintendimenti sulla verità che egli intende riferire. Allora le parole acquistano, talvolta, la durezza di una lama che penetra a fondo nell’anima per non lasciare spazio all’inespresso o a dubbi interpretativi; diventano quasi un’autopunizione e il racconto si fa subito autoanalisi, una lunga confessione. Lentamente, con il procedere della narrazione e con l’intervento di nuovi elementi che si affacciano sul suo quotidiano, il protagonista sente sgretolarsi il muro di angoscia che lo blocca. Si rende così conto che il verbo «amare» non significa solo «dare» per gratificare chi ci sta accanto o per essere graditi, ma significa anche «prendere» in una accezione più ampia che sconfina nel «l’apprendere». Indica, dunque, la possibilità di non chiudersi in se stessi, ma di chiedere, capire, socializzare per scambiare idee, per diventare migliori e conquistare ciò che la vita può offrire. Alla luce di questa nuova consapevolezza la famiglia di origine del protagonista e sopratutto le tradizioni che considerava condizionanti della sua vita, acquistano un nuovo valore: sono riconosciute come il punto di forza dell’esistere, dell’operare per costruire il proprio futuro. «Ora … (conclude infatti) … può ribaltare il dolore e trasformare i vincoli in spinte vitali».


È interessante scoprire che il titolo del libro «Sangue e Latte» significa nella tradizione abruzzese «la nascita e la crescita» di ogni individuo. Vi sono inoltre, fra i tanti, due elementi interessanti ai fini dell’interpretazione del racconto e riguardano il cognome del protagonista: Travagli. Egli lo svela solo a fine narrazione, quando il lungo travaglio dell’autoanalisi ha portato alla rinascita e il cognome rappresenta allora la presa di coscienza della propria identità, mentre, all’inizio del romanzo, dovendo parlare del suo nome come firma sul certificato di morte del figlio, egli scrive solamente: «la mia». Questa volta il cognome celato rappresenterebbe un indizio di ciò che sarà il tema, l’argomento di tutto il racconto, appunto un travaglio metaforico.

Federica Zuliani 
Classe 1935, è nata a Sirmione; è una poetessa, pittrice e corista sezione soprano.

martes, 2 de junio de 2020

VALENCIA WALLS & WORDS VOL. V - Pamela Vargas


La quinta y ultima versión de Valencia Walls & Words llega para cerrar un periodo de 5 años de recopilación de fotografía hechas por la ciudad de Valencia y sus alrededores, como El Saler o Fanzara (Capital del grafiti). Las imágenes de las huellas de diversos interventores de renombre y anónimos que hacen de las superficies de las estructuras de la ciudad un espacio de expresión libre y desenfrenada quedan capturadas en este libro, inmortalizando así finales del 2019 principios del 2020. Desde la sinergia entre Pam (photos & design), Uma Valencia (Urban Museum of Arts) y El Doctor Sax nace el proyecto editorial de Pamela Vargas: "Valencia Walls & Words", una muestra fotográfica sobre los muros y el arte urbano de Valencia.



domingo, 24 de mayo de 2020

ARCANOS DEL DESEO - Gabriel-Aldo Bertozzi


INTRODUCCIÓN
FRANÇOIS PROÏA

TRADUCIÓN
SILVIA CAÑA GOMEZ

En esta novela, la búsqueda de la inmortalidad se entrelaza con una historia de amor. En su viaje a Egipto, el protagonista, el arquitecto Martin de Freycenet-Latour, se enamora de una nueva Nefertiti. Las aventuras contadas a lo largo de la novela tienen lugar en el otoño de 2010, en la orilla del río Nilo y en Francia (París, Chartres, Reims). 

En el camino de la existencia, el autor, como alquimista, aniquila la soledad de los seres para hacer escuchar la música del universo a través de un camino de iniciación, de emancipación. 

En la novela, el lector encontrará amor, locura, esoterismo, masonería, mito, vagabundeo y... un código para la inmortalidad. El autor, experto en técnicas de narración, las supera en el cuento para ofrecer una obra de un nuevo género. 

Gabriel-Aldo Bertozzi, autor también de la novela De vuelta a Zanzíbar, Officier dans l’Ordre des Palmes Académiques (República Francesa), es más conocido como el fundador del Inismo, un movimiento vanguardista fundado en París. Escritor, dramaturgo, artista, ha enseñado en numerosas universidades italianas y extranjeras. Dirige colecciones de libros en Francia, España e Italia y es codirector de la revista Bérénice que él mismo fundó. 

François Proïa es catedrático de literatura francesa en la Universidad G. d’Annunzio de Chieti-Pescara, Italia. Artista, escritor histórico y teórico del Inismo, ha participado en las manifestaciones más importantes del movimiento en Europa y en América y ha traducido y publicado en italiano esta misma novela, de la que ha escrito también la introducción. 

Silvia Cañas Gómez es licenciada en filología por la Universidad Complutense de Madrid y trabaja como lectora de lengua española en la Universidad G. d’Annunzio en Chieti-Pescara. Ha trabajado como traductora y profesora de Enseñanza Secundaria de lengua española e inglesa en España, Inglaterra, Estados Unidos e Italia. 

Me encontré en un río en llamas sumergido en la oscuridad. El increíble gorgoteo había incluso succionado el silencio. Sin embargo, no me horrorizó esa visión, me sentía libre, libre de cualquier temor. Una calma infinita me inundaba la mente. Mi corazón era ligero. Habían desaparecido los latidos de la esperanza. Me parecía maravilloso que yo, punto infinitesimal, condenado a morir, formase parte de tan gran potencia
Gabriel-Aldo Bertozzi


miércoles, 13 de mayo de 2020

BEGGARS OF LIFE - Jim Tully


BEGGARS OF LIFE
A Hobo autobiography  
Jim Tully

This novelistic memoir impressed readers and reviewers with its remarkable vitality and honesty. Jim Tully left his hometown of St. Marys, Ohio, in 1901, spending most of his teenage years in the company of hoboes. Drifting across the country as a road kid, he spent those years scrambling into boxcars, sleeping in hobo jungles, avoiding railroad cops, begging meals from back doors, and haunting public libraries. Tully crafted these memories into a weird and astonishing chronicle of the American underclass, in this autobiographical novel published in 1924. Tully saw it all, from a church baptism in the Mississippi River to election day in Chicago. Tully's devotion to Mark Twain and Jack London taught him the importance of giving the reader a sense of place, and this he does brilliantly, again and again. Many saw the dark side of the American dream, but none wrote about it like Jim Tully. 

Jim Tully (June 3, 1886 – June 22, 1947) was a vagabond, pugilist, and American writer. Known as Cincinnati Red during his years as a road-kid, he counted prizefighter and publicist of Charlie Chaplin among his many jobs. He also memorably crossed paths with Jack London, F. Scott Fitzgerald, George Bernard Shaw, James Joyce, and Langston Hughes. He is considered one of the inventors of the hard-boiled style of American writing. 

«Tramping in wild and windy places, without money, food, or shelter, was better for me than supinely bowing to any conventional decree of fate. The road gave me one jewel beyond price, the leisure to read and dream. If it made me old and wearily wise at twenty, it gave me for companions the great minds of all the ages, who talked to me with royal words». 

Jim Tully





viernes, 8 de mayo de 2020

John Fante, the Most Italian of the American Writers by Gabriele Nero. English Translation by Gaston Gorga





Holden Caulfield, the main character of “The Catcher in the Rye” had a very simple method for judging a writer: “(....) when you're all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone whenever you felt like it. (...)”. Well, personally I would have spent hours listening to John Fante recounting the impossible stories about his family. I would have loved sharing a great spaghetti meal and a good bottle of wine with him, going out partying, or just having a drink together in some absurd bar in the outskirts of Los Angeles.

 The story of John Fante (as well as that of Arturo Bandini, his literary alter ego), began in the periphery of the world, in Torricella Peligna, a little village in the mountains of Abruzzo, from where Nicola Fante, his bricklayer father, emigrated at the beginning of the twentieth century to seek fortune in America. 

The Fante family settled in Denver, Colorado, in the Midwest region, on the outskirts of the American Dream. In short, in the American Abruzzo. Here, the Fante family built their own little Italy with red wine and spaghetti, gambling debts, old ladies dressed in black, Sunday masses and profanities in Italian. 

But John Fante, in spite of being in his twenties during the Great Depression, was ambitious, and never stopped believing in his talent. Both Fante and Bandini had a big dream in common: Los Angeles, California. 


In all of Fante´s stories, even those in which the main character is not called Bandini (in some novels the main character is called Henry Molise), there is always a bus to catch, a journey to begin, a place to arrive, a city where to prove the worth of Arturo Bandini, even though, paradoxically, he seldom manages to achieve this. Baseball player, Hollywood screenwriter, writer, altar boy: the protagonist of his stories always has the typical Italian presumption of being the best at everything he does, but for different reasons (a combination of fate, humble origins and his Italian origin and Catholic background certainly does not help), he is never able to prove it. After all, his father Nicola Fante would have been the best bricklayer in Denver... if only they had hired him! John 

Fante did not accomplish international fame in life. But one should not picture the typical bohemian writer who died poor and amid hardships. Eventually, thanks to his distinctively Italian perseverance, Fante was successful in the world of Hollywood as a screenwriter, and lived the second part of his life as a rich American bourgeois, with a beautiful wife, four children, a two-storey villa in Malibu and a convertible car.

“Bandini is a terrone !” (despective nickname given by the North Italians to the South Italians, to indicate their loud and brash character), said Italian songwriter Vinicio Capossela, who was one of the first Italians to discover Fante. How to blame him? Like all terroni , Bandini is stubborn, arrogant, a mummy's boy, a womaniser and a drinker, but, at the same time, he is an authentic person, generous, instinctive and full of passion. He is a professional in the art of getting by and boasting his presumed talent, even though no one has any proof of it. But he’s so adamant about it, that he ends up persuading the reader. 

Like in a transfert , the reader finds himself more convinced by Fante’s style, a master of synthesis and elegance, than Bandini’s. In Fante’s prose, the phrases are extremely short, direct and simple, and they follow one another with a frantic rhythm, somewhat reminiscent of a verdict. Reading Fante is easy. His books can be appreciated by a fourteen-year-old boy as well as a grandfather in his eighties, by an occasional reader as well as a philosophy graduate. 

Reading Fante is fun and light-hearted. Nevertheless, it also confronts the reader with the will of fulfillment of a generation shaped by history: families dismembered by the first mass migration, the Wall Street Crash of 1929 and two world wars. 

On the other hand, I believe Fante’s writings can only be fully understood by someone having directly or indirectly witnessed some form of migration. Furthermore, I don’t believe his works will ever join the pantheon of the American literary canon (being too Italian to be fully understood by contemporary America), the same way he will never be part of the Italian one (he wrote in American English, and was born in Denver, discarded!).



The Italianness of Fante reveals itself mostly as a sense of rebellion. John deeply loves the idea of the mestizo America as the land of dreams, and profoundly despises those Americans who betray these ideals, who discriminate against him, deride him and call him ‘ dago’ . To the smug rich little girl who boasts about her noble descent from Mary Stewart, the little Bandini retorts that he is the great-grandchild of Mingo, a bandit from Torricella Peligna. John idealises Torricella Peligna to the point of making it his identity refuge from where he can defend himself and counter-attack. 

Fante’s letters from Italy, collected in the book "Tesoro, qui è tutta una follia!" (It’s all madness here, darling!), where he tells of his travels in Europe between the 1950s and 1960s, are extremely amusing: his bucolic vision of post-Risorgimento Italy fades against the Americanised Rome of the Dolce Vita and the ‘ economic boom ’. While staying in Rome, Fante does not visit Torricella Peligna, despite being just over a hundred miles away, just not to risk becoming disillusioned.


It is perhaps in this non-identity, in this ego that sometimes self-deprecates and sometimes insults, at times Italian, other times American, sometimes conservative and sometimes democratic or anarchist, where the success of the literary character of Arturo Gabriel Bandini lies; unique, true and too modern even for us. 

Migrations, wars, second generations (or rather new mixed-race identities), economic crises and the consequent unemployment: these are all issues upon which we are forced to reflect today, perhaps even more than before. One can picture how forty years after his death, the voice of John Fante echoes loudly through millions of readers across the world, who discover the hidden treasure of one the greatest artists of the twentieth century. 

What I most admire about Fante, and therefore about Bandini, is his ferocious self-criticism. In fact, just when both John and Arturo seem to have accomplished their dream, they soon realise that perhaps it wasn't quite what they had once envisioned during the cold Colorado nights. Upon reaching California, they begin fantasising about a new life in Rome among ice cream parlours, Via del Corso, and thousands of small Fiat cars sweeping through the narrow streets where not even a mule with a cart would be able to get through. 


Even though Bandini had already experienced being cold and hungry during his youth, being marginalised for his Italian origins and finding himself broke and sleeping in abandoned boats by the ocean’s shore, his most bitter pages are undoubtedly those of "Dreams of Bunker Hill", where he describes the frustration of being hired and lavishly paid by a big Hollywood studio not to write. In fact, Bandini loves life too much to be locked inside an office, where he cannot write anything that satisfies neither him nor his producers. "I can't get no satisfaction" would become the anthem of the generation of Fante's children, yet, as the Stones sang, Bandini feels he is wasting his talent, and the only thing he can accomplish there is getting into trouble by seducing secretaries and literary agents. So Bandini, like a Franciscan, gives up everything and goes back to the cheap motel room he had left behind and starts writing. 

The Bandini saga culminates in the very moment that the literary character and the writer find themselves for the first time in front of a blank page and a typewriter. This is an excerpt from that moment, one of the last paragraphs that John, now blind and with his legs amputated because of diabetes, dictated to his wife Joyce in 1982: “But suppose I failed? Suppose I had lost all of my beautiful talent? (...) What would happen to me? Would I go to Abe Marx and become a busboy again? I had seventeen dollars in my wallet. Seventeen dollars and the fear of writing. I sat erect before the typewriter and blew on my fingers. Please God, please Knut Hamsun, don’t desert me now. I started to write and I wrote (...)”. 

John Fante tells us that it doesn't matter if you are Italian, Filipino or American, if you are an old person or a teenager, penniless or rich with a villa in Malibu. What matters is to stay alive, to have a California to dream of and a Torricella Peligna to always carry inside.

by Gabriele Nero 
English Translation by Gaston Gorga





lunes, 4 de mayo de 2020

CAGLIARI CAMPIONE - Enrico Romanetto & Riccardo Cecchetti

CAGLIARI CAMPIONE
Un'isola, uno scudetto, un popolo

di Enrico Romanetto

con le illustrazioni di
Riccardo Cecchetti




C'è una storia da celebrare in questo 2020:  è quella del riscatto di un popolo intero. La vittoria del primo scudetto del Cagliari. L'epopea dei suoi campioni a partire da quel Luigi Riva che da Leggiuno ha scelto la Sardegna. Per sempre. Un'epica a cui presero parte Nené e Albertosi, guidati da Manlio Scopigno, il filosofo. El Doctor Sax ha scelto di farlo con una pubblicazione celebrativa che tiene insieme la storia di quel 1969/1970 e di un calcio che non è solo un solco nella memoria. Il giornalista Enrico Romanetto ha unito le forze con Riccardo Cecchetti, che ha illustrato per immagini l'impresa che Cagliari e il suo Casteddu meritano di festeggiare nel suo cinquantesimo.


La storia dello scudetto del Cagliari è stata senza dubbio la più epica e allo stesso tempo sentimentale, che il calcio italiano abbia mai vissuto e ancora oggi rappresenta più di un simbolo per chi tifa per squadre, cosiddette, “minori”. L’archetipo sportivo di Davide che batte Golia. In questo libro celebrativo il giornalista Enrico Romanetto e l’illustratore Riccardo Cecchetti ripercorrono, attraverso il racconto e le immagini, una delle imprese sportive più romantiche di sempre: lo scudetto del Cagliari 1969-70. Rivivremo le gesta di Riva, Nenè, Albertosi e compagni, guidati dall’allenatore filosofo Scopigno, oltre all’entusiasmo che quella fantastica squadra fu capace di regalare a tutta la Sardegna, andando oltre l’incredibile vittoria calcistica. Segnando, di fatto, il  riscatto di un’isola e di un popolo.



«Non senti come suona forte? Forte come il rombo del tuono, mica lo chiamavamo così per niente. E credimi che l’ho sentito, l’ho sentito pronunciare così forte che sembrava far tremare la terra. Per quanto potesse sembrare solo un sogno, l’apparizione di Luigi Riva da Leggiuno - a cui Gianni Brera aveva cambiato il nome in quella sorta di unico fonema, quasi un’onomatopea di rivalsa - per Pibiri era assolutamente reale e si mescolava con la storia del suo ritorno in Sardegna e di una squadra. Su Casteddu».



viernes, 1 de mayo de 2020

SANGUE E LATTE - Eugenio Di Donato

COPERTINA: RICCARDO CECCHETTI



Sangue e Latte, in due parole l’esistenza. Ludovico Travagli, ragazzo introverso, cresciuto in campagna, per varie vicissitudini familiari si ritrova trapiantato in una grande città. La vita di Ludovico è segnata da alcuni eventi drammatici, e proprio il racconto di uno di questi darà inizio a una narrazione a spirale, che attraverserà momenti cruciali della sua esistenza, racconterà del desiderio di emergere per sottrarsi a un territorio, a un modo di fare, e perfino al proprio nome. Sangue e Latte affronta il grande tema della mancanza di comunicazione non solo tra generazioni diverse, ma anche fra i singoli individui, capovolgendo il ruolo tradizionale della famiglia nell’archetipo del luogo del disincontro.


Eugenio Di Donato (1976) cresce a Castelli, un paesino dell’Appennino abruzzese. Dopo la maturità si trasferisce a Milano. Si laurea in ingegneria, consegue il Phd e per anni si occupa di fisica della materia e architettura delle molecole. Nel 2016 decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.

«Per ora scrivo, mi concentro sulle parole. Sul senso che svelano. Sul racconto di un padre, un contadino che dissoda la terra, figlio di padri che avevano dissodato la terra, che alza lo sguardo e vede nel figlio, troppo alto e con i piedi e le mani troppo grandi, un fisico non adatto al lavoro nei campi. E per la prima volta nella catena dei padri e dei figli rinuncia a tramandare se stesso e gli dona un’altra possibilità. Mia madre mi ha spinto fuori di casa, ha agito come quel padre, anzi ha fatto di più, ha usato la sua forza per non farmi rientrare. Ha rotto la tradizione».