Showing posts with label Gabriele Nero. Show all posts
Showing posts with label Gabriele Nero. Show all posts

15 September 2026

Anacleto: un ricordo piccolo - di Gabriele Nero

 

Anacleto Verrecchia


Nel giorno del centenario dalla nascita, pubblichiamo la postfazione di Lettere Mercuriali, con un ricordo di Gabriele Nero

Una delle fortune che ho avuto nella vita è stata aver conosciuto Anacleto. E non quella di aver conosciuto Anacleto Verrecchia, ma Anacleto, perché per me era l’amico di mio padre, quello per cui anche negli ultimi tempi gli si riempiva lo sguardo di allegria e che spesso è l’inizio del racconto di episodi spassosissimi, scherzi elaborati e massime degne da rimanere storia.

Mio padre e Verrecchia sono stati professori e colleghi alla scuola media Alberti di Torino sul finire degli anni Settanta, prima che Anacleto iniziasse il suo periodo viennese, come addetto culturale all’ambasciata italiana. Ma più del rapporto professionale, tra loro nacque una profonda amicizia, all’inizio penso che fosse per la passione comune per la Natura, Verrecchia da vero e proprio filosofo, mio padre da ex contadino emigrato dalle campagne calabresi e trapiantato nella grande città. Fatto sta che fuori dalla scuola non era raro che i due condividessero escursioni in montagna, o nei vigneti piemontesi o semplicemente delle passeggiate per qualche parco torinese. Inutile aggiungere che questi momenti fossero conditi dall’ironia schopenhaueriana di cui Verrecchia fu profeta, ovvero l’arte di mettere in luce l’assurdità dell’esistenza con il sorriso sulle labbra. Ancora oggi passeggiando per Borgo San Paolo, il quartiere di Torino dove visse e insegnò, preferendo le scuole medie ai parrucconi universitari, è facile imbattersi in suoi ex allievi ognuno dei quali ha un ricordo divertente, una battuta, un episodio esilarante. La sua vittima preferita pare fosse la preside, una povera donna di media cultura e con qualche problema relazionale, la cui inadeguatezza veniva spesso messa buffamente in evidenza dal professor Verrecchia anche davanti ai ragazzi e corpo docenti. Ma gli stessi suoi ex studenti confermavano che aver avuto un privilegio ad aver avuto un professore come lui; qualcuno racconta che durante le lezioni di epica anche i bidelli prendessero posto con le sedie tra gli ultimi banchi per ascoltare il racconto dell’epopea di Ulisse o di Enea, e che spesso al suono della campanella qualcun altro gli chiedesse di continuare a spiegare anche durante l’intervallo. Inoltre pensate al vero privilegio di tutti quei ragazzini di un umile quartiere di Torino, figli per lo più di operai e casalinghe, che hanno imparato la lingua e la letteratura italiana, con uno più grandi intellettuali del secondo dopoguerra italiano.

Anche io, come i suoi ex studenti, ho conosciuto Anacleto da bambino. Avevo poco più di 8 anni e il suo ricordo è rimasto vivido nella mia memoria a distanza di anni, probabilmente perché aveva colpito la mia fantasia. Se siete nati tra gli anni Settanta e Ottanta, infatti il nome Anacleto non può che evocarvi una sola cosa: il gufo aiutante di mago Merlino ne La spada nella roccia nel cartone animato di Walt Disney. Nella mia immaginazione di bambino i due personaggi, vuoi per le folte sopracciglia e l’aspetto ieratico, vuoi perché è il personaggio più divertente del film, o forse perché viveva in una torre circondato da libri, iniziarono quasi a sovrapporsi, tanto che quel divertente amico di mio padre per me era come fosse la trasposizione in carne e ossa del personaggio di Walt Disney.

C’è un giorno in particolare che è rimasto nella mia memoria, che era domenica 14 aprile del 1991, il giorno prima della discussione della tesi di laurea in scienze politiche, conseguita a 44 anni suonati, per la cui stesura Verrecchia aiutò non poco mio padre. Di quel pomeriggio ricordo perfettamente che andammo a prendere Anacleto a casa sua, e nonostante la sua figura e la sua voce imponessero rispetto, ad accoglierci oltre a lui e a sua moglie Silvana, c’era un cagnetto di media taglia chiamato Tobia che salterellava e abbaiava per salutarci, che Verrecchia cercava bonariamente di zittire ma che finiva puntualmente per saltargli addosso. La tenerezza con cui trattava quel cagnolino, la casa stupenda e piena zeppa di libri e dei piatti decorativi appesi alle pareti, con le illustrazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie, resero subito simpatico ai miei occhi quell’amico di mio padre. 

Ricordo perfettamente che lasciammo la macchina al parco del Valentino, e dopo un gelato alla Latteria Pepino, cominciammo una lunga camminata sul lato opposto del Po, per raggiungere la Gran Madre e continuare la passeggiata proseguendo sul parco Michelotti, ovvero la stessa passeggiata che faceva Friedrich Nietzsche durante i suoi anni torinesi. Ovviamente gran parte del tempo venne occupato dai consigli che Anacleto dava a mio padre per affrontare la discussione del giorno dopo, ma tra un consiglio e l’altro spesso i due si fermavano davanti a qualche albero e la questione era sempre la stessa: «Secondo te che albero è questo?». La maggior parte delle volte non erano d’accordo e spesso il gioco innescava dei veri e propri duelli come tra novelli Linneo. Non essendoci all’epoca strumenti tecnologici per l’immediata verifica, le tenzoni potevano durare ore, giorni e settimane intere. E ricordo che quella domenica al parco Michelotti, proprio mentre i due stavano discutendo sull’attribuzione di un arbusto, arrivò vicino a noi un pallone, risultato di un tiro sbilenco di alcuni ragazzi che stavano giocando nel campetto vicino. A rimorchio arrivò un ragazzo tutto trafelato, che approfittando della pausa di gioco, prese fiato e ci chiese «Scusate, sapete come è finito il derby?». Erano gli anni in cui le domeniche si andava a passeggiare con la moglie sotto il braccio sinistro e la radiolina per seguire Tutto il calcio minuto per minuto nella mano destra, e ricordo che anche io non vedevo l’ora di conoscere il risultato di quella partita, ma a quelle parole la reazione di Anacleto fu quella di un marziano appena atterrato sulla Terra. Guardò il ragazzo con aria incuriosita e con la sua cadenza ciociara, fatta di acuti improvvisi e altrettanto improvvise ricadute su toni baritonali, chiese con stupore: «Il derby?! E che cos’è il derby?». Tra lo sguardo attonito del giovanotto e le nostre risate, mio padre abbozzò: «Toro-Juve, è la partita delle squadre della stessa città…». E Anacleto contestò: «e perché mai dovrebbe chiamarsi derby?», obiezione alla quale nessuno sapeva rispondere. Una di quelle parole che mutuiamo dall’inglese senza nemmeno preoccuparci di capirne appieno il significato. «Tra gli appassionati di calcio le partite stracittadine si chiamano così; ma tu non segui il calcio?». La risposta di Verrecchia spiazzò tutti: «Guarda Vittorio, è più facile vedere il Papa in un bordello che Anacleto in uno stadio». Tutti i presenti, compreso il calciatore della domenica, scoppiarono in una fragorosa risata.

La vicenda proseguì con mio padre che dovette spiegarmi con parole adatte a un bambino il significato della parola bordello, mentre Anacleto proseguì la sua ricerca etimologica, e come sempre ne colse il lato ironico visto che pare che la parola derby nasce in riferimento all’ippica e non al calcio, nello specifico ad una corsa al galoppo istituita in Inghilterra nel 1780 da Edward Stanley, conte di Derby, appunto.
Uno scatto del 15 aprile 1991, con Anacleto Verrecchia e sua Moglie Silvana Lenti

In questo ricordo piccolo, di bambino, penso si racchiuda quello che è stato Anacleto Verrecchia, intellettuale che come i suoi amati stambecchi, toccava le alte vette della filosofia, e che ogni tanto scendeva a valle ad osservare gli uomini e le loro ridicole manie. E nonostante non si mescolasse troppo con le grettezze degli umani, la sua figura, con piccoli gesti e soprattutto con i suoi libri è riuscita a cambiare la vita a molti, dai suoi studenti, ai suoi amici come mio padre, ai suoi colleghi nella scuola come nell’editoria, e soprattutto ai suoi lettori, che pur appartenendo a una piccola nicchia, custodiscono come un gioello i suoi libri, i suoi studi filosofici e i suoi aforismi.


A questo ricordo, infatti va aggiunto che mi sono riavvicinato poi a quello che per me era semplicemente Anacleto, quando ho iniziato il percorso prima di semplice lettore dei suoi libri, e poi ho avuto la fortuna di poter ripubblicare. Anacleto Verrecchia ha cambiato anche la mia vita, soprattutto grazie alla fiducia e alla stima che la moglie, Silvana Lenti, ha riposto nel nostro progetto editoriale, facendoci ripubblicare Cieli d’Italia, quando i titoli di Verrecchia, a pochi anni dalla morte, stavano finendo nel dimenticatoio. Così come non posso ringraziare il compianto Mimmo Fogola che ci ha facilitato per tutte le ristampe delle opere incluse nella sua splendida collana La torre d’avorio, un maestro di editoria per passione e gentilezza. Oggi, a quasi cento anni dalla nascita i libri di Anacleto Verrecchia vengono ristampati, ristudiati e riscoperti da nuove generazioni e nuovi lettori. Non parliamo di grandi numeri, ma posso dire per esperienza personale che sono lettori di qualità, e lettori che si innamorano dei suoi scritti.

L’altro giorno nella nostra libreria di Valencia è entrato un signore francese di mezz’età. Aveva un che di trasandato, tre o quattro tra zaini e borse, e con uno spagnolo stentato mi ha spiegato che aveva letto Cieli d’Italia, perché lo aveva trovato ad un mercatino di seconda mano. Si era messo alla ricerca degli altri libri, ed essendo di passaggio a Valencia, è venuto direttamente qui a comprarsi una copia del Diario del Gran Paradiso. Così incuriosito ho iniziato a parlare con lui della sua passione per i libri di Verrecchia, scoprendo che era uno scalatore di vulcani diretto alle Canarie: un altro stambecco dello spirito! E mentre mi rendo conto che sto finendo di scrivere questo testo proprio il 14 aprile, trentaquattro anni dopo rispetto al racconto del pomeriggio al parco Michelotti, ribadisco a me stesso che questi lettori sono il motivo per cui è necessario continuare a pubblicare i libri di Anacleto Verrecchia.
Gabriele Nero

04 May 2026

AFFAMATI DI VITA - Jim Tully

 


Pubblicato nel 1924 e tradotto oggi per la prima volta in Italia, Affamati di vita è il crudo racconto della gioventù di Jim Tully, passata tra l’acciaio dei treni sui quali iniziò a saltare appena adolescente, e il fango degli accampamenti di vagabondi nei quali era costretto a rifugiarsi durante i suoi anni vissuti sulla strada. La trama si sviluppa come un mosaico di esistenze incrociate, dove il viaggio del protagonista diventa il pretesto per dar voce a un’umanità dolente di mendicanti, sbandati e sognatori che cercano di rubare un po’ di calore a un fuoco mai acceso per loro. È una storia che si compone di altre storie ai margini della società, un cammino irrequieto e sgangherato verso un futuro diverso che trasforma ogni fermata del treno in un frammento di un romanzo corale, scritto con la violenta autenticità di chi ha vissuto ogni parola sulla propria pelle.

Jim Tully (1886 – 1947) è stato pugile, forgiatore di catene, vagabondo, circense, giornalista di riviste scandalistiche e assistente di Charlie Chaplin. Come romanziere non scrisse mai per compiacere la critica, ma per documentare la verità nuda della strada. Considerato uno degli inventori dello stile hard-boiled, la letteratura degli ultimi, priva di filtri morali, Tully rappresenta la radice della narrativa statunitense, il punto di inizio della linea invisibile che parte da London, Melville, passa da Hemingway, dalla Beat Generation e arriva direttamente allo spietato realismo di Bukowski e Bunker.  Questa edizione restituisce al lettore un pioniere essenziale del Novecento, un autore che ha saputo esplorare il lato oscuro del sogno americano come nessuno aveva mai osato fare prima, ricordandoci che ogni essere umano ha una storia da raccontare e che, in fondo, siamo tutti affamati di vita.




21 April 2026

Lorenzo Viani: Arte, fame e anarchia - di Gabriele Nero

 

 

Lorenzo Viani (1882–1936) fu un pittore, incisore e scrittore viareggino la cui vita fu espressione della sua arte, caratterizzata da un radicale anticonformismo e da un profondo legame con gli emarginati. Formatosi prima con Plinio Nomellini, frequentò l'ambiente anarchico-socialista e si recò a Parigi, dove assorbì le influenze dell'espressionismo europeo, sviluppando un tratto crudo e drammatico. La sua opera artistica, tanto quella pittorica e xilografica, quanto quella letteraria, è dominata dai temi degli emarginati, dei malati, dei marinai e dei vagabondi (i vàgeri) che egli elevò a simboli di un'autenticità incontaminata dalle ipocrisie borghesi. Lasua arte non si limitava a dipingere volti, li raffigurava con l'irrequietezza di un'anima in tempesta. Dimenticate i pittori rassicuranti che si studiano a scuola: Lorenzo Viani era un autentico incubo espressionista trapiantato nella placida Versilia. Vicino, per sensibilità turbolenta, ai maestri nordici come Schiele, Munch e Kokoschka, questo viareggino fu un genio mancato dell'Olimpo del Novecento, destinato a rimanere un pittore degno di qualche trafiletto nei libri di storia dell'arte.

Sicuramente nella marginalizzazione della critica ha influito molto il rapporto complesso e contraddittorio di Lorenzo Viani con il Fascismo, poiché fu tra i primi intellettuali ad aderire ma anche a rompere con il regime. Animato da un feroce spirito antiborghese e anarchico, Viani vide inizialmente nel fascismo delle origini di Benito Mussolini una forza rivoluzionaria e violenta capace di spazzare via l'ipocrisia e il perbenismo della società liberale, credendo che il movimento potesse dare voce agli ultimi. Tuttavia, questa sua adesione fu di breve durata: quando il regime si consolidò trasformandosi in un apparato di potere burocratico e conformista, Viani ne riconobbe il tradimento degli ideali iniziali e se ne allontanò drasticamente già attorno al 1931. Questo percorso politico lo rese doppiamente scomodo: fu ignorato e censurato dal regime fascista che non tollerava più il suo spirito critico e la sua arte espressionista e popolare; venne poi trascurato dalla critica del dopoguerra, prevalentemente antifascista, che non volle riabilitare un artista con un passato politicamente ambiguo e compromesso. Viani finì così nel dimenticatoio, schiacciato tra due fronti che rifiutarono il suo radicalismo senza compromessi.

E nella scrittura? Lì Viani dava il meglio di sé come campione dell'espressionismo dialettale, un genere talmente anomalo e particolare che, di fatto, lui era l'unico a farlo così. Armato di una straordinaria ricchezza verbale, attingeva al dialetto viareggino, al gergo marinaro o militare – insomma, a tutto ciò che suonava più autentico e meno borghese. Il dialetto, sotto la sua penna, non solo narrava, ma colorava i racconti con tinte nette e violente, proprio come faceva coi suoi quadri tragici.

La Toscana è infatti una presenza viscerale nell'opera di Viani, ma è filtrata attraverso una sensibilità diametralmente opposta a quella dei Macchiaioli; se con questi ultimi condivideva l'ambiente rurale e il gusto per la piccola scena quotidiana, Viani utilizzava la regione come sfondo del disagio, concentrandosi non più sull'idillio rurale o sulla pacifica quotidianità contadina, ma sulla Versilia popolare e sul dolore degli umili, esasperando le figure e i paesaggi attraverso il suo stile crudo e diretto. La sua Toscana è quella marginale e ribelle, usata per esprimere il tumulto interiore, lontanissima dall'eleganza formale e dalla serenità visiva ricercata dai Macchiaioli.


Questa raccolta di racconti del 1925, I Vàgeri, incarna perfettamente la poetica radicale di Lorenzo Viani, immergendo il lettore in un mondo di emarginazione e umile dignità, lontano dai salotti aristocratici. Attraverso una scrittura irruenta e disinibita, che fa esplodere i confini della lingua con l'uso sapiente e brutale del viareggino, il libro non si limita a ritrarre i vagabondi, i contadini, i rinnegati, ma li trasforma in simboli di resistenza e in archetipi di una verità esistenziale che la società ufficiale rifiuta di vedere. Questa prosa, affiancata idealmente alla deformazione espressionista delle sue tele, stravolge il paesaggio sociale e umano per far emergere il martirio interiore dei suoi soggetti, rendendo ogni racconto un atto di accusa contro l'ipocrisia e la falsità morale dell'epoca: un vero e proprio manifesto di quello che i critici del tempo etichettarono come “vàgerismo”. Il lettore è così condotto in una zona di frontiera dove la sofferenza si fa arte e la marginalità si erge a cattedra di autenticità.

Sebbene, come abbiamo visto, le sue complesse posizioni politiche, oscillavano tra un anarchismo viscerale e una simpatia per il primo fascismo rivoluzionario (per questo spesso definito "anarco-fascista”), il suo impegno più coerente rimase la denuncia sociale, come in Le chiavi nel pozzo, un'intensa incursione nel manicomio di Magliano. Il contributo artistico e letterario di Viani trascende la mera estetica, configurandosi come un atto di militanza che ha immortalato le esistenze precarie e le miserie umane, trasformando la sua opera in un'incessante requisitoria contro le ingiustizie sociali. Viani usò la sua espressione feroce e autentica per dare riscatto ai morti di fame, lasciando un duraturo testamento di solidarietà che sfida ogni ipocrisia borghese. Viani morì a Ostia il 2 novembre (condividendo giorno e luogo di morte con un altro irregolare dalla parte degli ultimi: Pier Paolo Pasolini) del 1936, a causa della tubercolosi, lasciando un'eredità artistica e letteraria caratterizzata dalla violenza espressiva e da una costante, disperata, ricerca di verità umana.


Gabriele Nero


01 December 2025

IL GIORNALINO DI GIAN BURRASCA - Vamba


VERSIONE ORIGINALE RIVISITATA IN ITALIANO CONTEMPORANEO


Il Giornalino di Gian Burrasca è la prova che un bambino di nove anni può essere più dirompente di un terremoto! Se siete stanchi di eroi di carta e di ragazzini da libro Cuore, aprite il diario di Giannino Stoppani (in arte “Gian Burrasca”), l'eroe che non chiedeva di esserlo, le cui avventure si trasformano in un susseguirsi di disastri combinati con la più candida delle intenzioni. Dimenticate la morale e preparatevi a ridere: ogni pagina è un manuale su come far saltare i nervi a maestri, parenti, e a qualsiasi figura adulto che ostenti ipocrisia e perbenismo. Con la sua logica disarmante e la sua innocenza distruttiva, Giannino annienta il conformismo; la sua penna è l'unica arma in grado di smascherare le falsità e i controsensi del mondo dei grandi. È un classico senza tempo che qui presentiamo riveduto in un italiano contemporaneo per i lettori di oggi, affinché le nuove generazioni possano finalmente godersi, senza inciampare in termini desueti. Preparatevi a ridere di gusto: dopotutto, l'unica cosa che gli adulti temono più di un terremoto è un bambino sincero.

Dietro la penna del monello più famoso d'Italia si nasconde Vamba (Luigi Bertelli, 1858-1915), l'intellettuale fiorentino che abbandonò il seminario per diventare un giornalista satirico. Vamba era convinto che la letteratura per ragazzi dovesse abbandonare il piagnucolio e il moralismo per abbracciare l'intelligenza e l'umorismo. L'autore non vedeva i bambini come angeli da plasmare, ma come forze anarchiche e vitali da liberare. Con Gian Burrasca, Vamba non solo creò un'opera esilarante, ma condusse una battaglia culturale e anti-autoritaria che lo pose in antitesi rispetto ai canoni dell'epoca, insegnando ai ragazzi a mettere in discussione le regole, celebrando l'irriverenza come la forma più pura di autenticità.




 

02 September 2024

LA MASSONERIA NELL'ITALIA DEI LUMI - Gabriele Nero



Questo saggio sulla massoneria italiana ha come limiti cronologici l’inizio del XVIII secolo, ovvero gli albori della Libera Muratoria, e il periodo prerivoluzionario, fase in cui le logge entrarono in una profonda crisi d’identità. L’obiettivo è mostrare i cambiamenti e gli sviluppi interni alle logge italiane, mettendoli in relazione ai diversi atteggiamenti, talvolta repressivi, talvolta accondiscendenti, delle autorità statali e della Chiesa.

Ogni capitolo parte da un quadro europeo, senza il quale sarebbe difficile comprendere le trasformazioni avvenute all’interno delle varie confraternite, e si sofferma a descrivere schematicamente i vari sistemi massonici che riuscirono a penetrare negli stati della penisola. L’analisi prosegue poi esaminando le realtà muratorie italiane più interessanti, con la finalità non già di illustrare la globalità delle logge presenti nel Settecento nel nostro paese, bensì di privilegiare gli ambienti in cui la massoneria entrò in contrasto con le istituzioni. Ognuna delle sezioni si conclude con alcune considerazioni finali sulla massoneria e sui suoi rapporti con la Chiesa e con i governi italiani.


Gabriele Nero è nato a Torino nel 1983. Ex studente del Liceo Classico Gioberti, dopo aver conseguito la laurea in Beni Culturali, nel 2008, parte per la Spagna. A Valencia nel 2013 apre la libreria El Doctor Sax, dalla quale tre anni dopo nasce l’omonima casa editrice internazionale che pubblica in italiano, spagnolo, inglese e francese. Ha curato in prima persona gli oltre 100 titoli della casa editrice e ha tradotto, tra gli altri, opere di Jack London, Mark Twain ed Emanuel Carnevali.




01 May 2024

FANTIANA 2: Scritti su John Fante selezionati da Eduardo Margaretto

 


 TRADUZIONE: 
 FRANCESCO MELCHIOTTI 

 COPERTINA: 
 RICCARDO CECCHETTI 

A tre anni dalla prima pubblicazione, esce questo secondo volume di Fantiana, il cui obiettivo è quello di approfondire le molteplici tematiche, narrative e di vita, che ruotano intorno allo scrittore italo-americano: la profonda sofferenza degli emigrati italiani nel sogno americano, il desiderio disperato di diventare uno scrittore, il paradosso della vita dello sceneggiatore di successo a Hollywood e la rivendicazione della letteratura al di sopra di ogni cosa. Il tutto è analizzato attraverso saggi, pensieri, analisi o riflessioni di scrittori, sceneggiatori, traduttori, giornalisti, pittori, librai o semplicemente appassionati. Come scrive Eduardo Margaretto nell'introduzione: «guardando indietro, [Fantiana] aveva tutta l’aria di dover finire in uno di quei cassetti fantiani dove sono rimaste tante idee grandiose. […] A questo punto, come dice sempre Gabriele Nero, l’editore che ha avuto fiducia fin dal primo giorno in questa storia… Ci vediamo alla prossima Fantiana!

Gli scritti su John Fante sono stati selezionati da Eduardo Margaretto e tradotti in italiano da Francesco Melchiotti. Questo secondo volume comprende i testi di: Gianni Paoletti, Ambra Simeone, Juttanova, Pilar Romera, Carlos Blázquez, Giorgio Santangelo, Davide Potente, Eduardo, Eduardo Margaretto, Edgardo L. Maestro, Fabrizio Cocina, Gabriele Nero, Matthew Licht, David Sánchez, Miquel Reverté, Chiara Ruggiero, Rafa Aranda, Edu Ibáñez.


20 October 2023

FANTIANA2 - Escritos sobre John Fante seleccionados por Eduardo Margaretto

PORTADA:
RICCARDO CECCHETTI


A distancia de 3 años de la primera salida editorial, ve la luz este segundo volumen de Fantiana, cuyo principal objetivo es adentrarse en los múltiples registros, vitales y narrativos, del escritor italoamericano: el profundo sufrimiento de los inmigrantes italianos en el sueño americano, el deseo desesperado de convertirse en escritor, el absurdo de ser guionista de éxito en Hollywood, la reivindicación de la literatura por encima de cualquier cosa. Todo a través de ensayos, pensamientos, análisis o reflexiones de escritores, guionistas, traductores, periodistas, pintores, libreros o simplemente fan-tianos. Como escribe en la introducción a este volumen Eduardo Margaretto: «echando ahora la vista atrás, tenía la pinta [Fantiana] de acabar en uno de esos cajones fantianos donde se quedaron tantas ideas grandiosas. Pero no, para bien o para mal, no ha sido así. […] Eso sí, como dice siempre Gabriele Nero, editor que confió desde el primer día en esta historia: ¡Nos vemos en la próxima Fantiana!».

Los escritos sobre John Fante han sido seleccionados y traducidos al castellano por Eduardo Margaretto. Este primer volumen incluye los textos de: Gianni Paoletti, Ambra Simeone, Juttanova, Pilar Romera, Carlos Blázquez, Giorgio Santangelo, Davide Potente, Eduardo Sánchez, Eduardo Margaretto, Edgardo L. Maestro, Fabrizio Cocina, Gabriele Nero, Matthew Licht, David Gutiérrez, Miquel Reverté, Chiara Ruggiero, Rafa Aranda, Edu Ibáñez.



16 May 2023