| Anacleto Verrecchia |
Una delle fortune che ho avuto nella vita è stata aver conosciuto Anacleto. E non quella di aver conosciuto Anacleto Verrecchia, ma Anacleto, perché per me era l’amico di mio padre, quello per cui anche negli ultimi tempi gli si riempiva lo sguardo di allegria e che spesso è l’inizio del racconto di episodi spassosissimi, scherzi elaborati e massime degne da rimanere storia.
Mio padre e Verrecchia sono stati professori e colleghi alla scuola media Alberti di Torino sul finire degli anni Settanta, prima che Anacleto iniziasse il suo periodo viennese, come addetto culturale all’ambasciata italiana. Ma più del rapporto professionale, tra loro nacque una profonda amicizia, all’inizio penso che fosse per la passione comune per la Natura, Verrecchia da vero e proprio filosofo, mio padre da ex contadino emigrato dalle campagne calabresi e trapiantato nella grande città. Fatto sta che fuori dalla scuola non era raro che i due condividessero escursioni in montagna, o nei vigneti piemontesi o semplicemente delle passeggiate per qualche parco torinese. Inutile aggiungere che questi momenti fossero conditi dall’ironia schopenhaueriana di cui Verrecchia fu profeta, ovvero l’arte di mettere in luce l’assurdità dell’esistenza con il sorriso sulle labbra. Ancora oggi passeggiando per Borgo San Paolo, il quartiere di Torino dove visse e insegnò, preferendo le scuole medie ai parrucconi universitari, è facile imbattersi in suoi ex allievi ognuno dei quali ha un ricordo divertente, una battuta, un episodio esilarante. La sua vittima preferita pare fosse la preside, una povera donna di media cultura e con qualche problema relazionale, la cui inadeguatezza veniva spesso messa buffamente in evidenza dal professor Verrecchia anche davanti ai ragazzi e corpo docenti. Ma gli stessi suoi ex studenti confermavano che aver avuto un privilegio ad aver avuto un professore come lui; qualcuno racconta che durante le lezioni di epica anche i bidelli prendessero posto con le sedie tra gli ultimi banchi per ascoltare il racconto dell’epopea di Ulisse o di Enea, e che spesso al suono della campanella qualcun altro gli chiedesse di continuare a spiegare anche durante l’intervallo. Inoltre pensate al vero privilegio di tutti quei ragazzini di un umile quartiere di Torino, figli per lo più di operai e casalinghe, che hanno imparato la lingua e la letteratura italiana, con uno più grandi intellettuali del secondo dopoguerra italiano.
C’è un giorno in particolare che è rimasto nella mia memoria, che era domenica 14 aprile del 1991, il giorno prima della discussione della tesi di laurea in scienze politiche, conseguita a 44 anni suonati, per la cui stesura Verrecchia aiutò non poco mio padre. Di quel pomeriggio ricordo perfettamente che andammo a prendere Anacleto a casa sua, e nonostante la sua figura e la sua voce imponessero rispetto, ad accoglierci oltre a lui e a sua moglie Silvana, c’era un cagnetto di media taglia chiamato Tobia che salterellava e abbaiava per salutarci, che Verrecchia cercava bonariamente di zittire ma che finiva puntualmente per saltargli addosso. La tenerezza con cui trattava quel cagnolino, la casa stupenda e piena zeppa di libri e dei piatti decorativi appesi alle pareti, con le illustrazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie, resero subito simpatico ai miei occhi quell’amico di mio padre.
La vicenda proseguì con mio padre che dovette spiegarmi con parole adatte a un bambino il significato della parola bordello, mentre Anacleto proseguì la sua ricerca etimologica, e come sempre ne colse il lato ironico visto che pare che la parola derby nasce in riferimento all’ippica e non al calcio, nello specifico ad una corsa al galoppo istituita in Inghilterra nel 1780 da Edward Stanley, conte di Derby, appunto.
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| Uno scatto del 15 aprile 1991, con Anacleto Verrecchia e sua Moglie Silvana Lenti |
In questo ricordo piccolo, di bambino, penso si racchiuda quello che è stato Anacleto Verrecchia, intellettuale che come i suoi amati stambecchi, toccava le alte vette della filosofia, e che ogni tanto scendeva a valle ad osservare gli uomini e le loro ridicole manie. E nonostante non si mescolasse troppo con le grettezze degli umani, la sua figura, con piccoli gesti e soprattutto con i suoi libri è riuscita a cambiare la vita a molti, dai suoi studenti, ai suoi amici come mio padre, ai suoi colleghi nella scuola come nell’editoria, e soprattutto ai suoi lettori, che pur appartenendo a una piccola nicchia, custodiscono come un gioello i suoi libri, i suoi studi filosofici e i suoi aforismi.















