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15 September 2026

Anacleto: un ricordo piccolo - di Gabriele Nero

 

Anacleto Verrecchia


Nel giorno del centenario dalla nascita, pubblichiamo la postfazione di Lettere Mercuriali, con un ricordo di Gabriele Nero

Una delle fortune che ho avuto nella vita è stata aver conosciuto Anacleto. E non quella di aver conosciuto Anacleto Verrecchia, ma Anacleto, perché per me era l’amico di mio padre, quello per cui anche negli ultimi tempi gli si riempiva lo sguardo di allegria e che spesso è l’inizio del racconto di episodi spassosissimi, scherzi elaborati e massime degne da rimanere storia.

Mio padre e Verrecchia sono stati professori e colleghi alla scuola media Alberti di Torino sul finire degli anni Settanta, prima che Anacleto iniziasse il suo periodo viennese, come addetto culturale all’ambasciata italiana. Ma più del rapporto professionale, tra loro nacque una profonda amicizia, all’inizio penso che fosse per la passione comune per la Natura, Verrecchia da vero e proprio filosofo, mio padre da ex contadino emigrato dalle campagne calabresi e trapiantato nella grande città. Fatto sta che fuori dalla scuola non era raro che i due condividessero escursioni in montagna, o nei vigneti piemontesi o semplicemente delle passeggiate per qualche parco torinese. Inutile aggiungere che questi momenti fossero conditi dall’ironia schopenhaueriana di cui Verrecchia fu profeta, ovvero l’arte di mettere in luce l’assurdità dell’esistenza con il sorriso sulle labbra. Ancora oggi passeggiando per Borgo San Paolo, il quartiere di Torino dove visse e insegnò, preferendo le scuole medie ai parrucconi universitari, è facile imbattersi in suoi ex allievi ognuno dei quali ha un ricordo divertente, una battuta, un episodio esilarante. La sua vittima preferita pare fosse la preside, una povera donna di media cultura e con qualche problema relazionale, la cui inadeguatezza veniva spesso messa buffamente in evidenza dal professor Verrecchia anche davanti ai ragazzi e corpo docenti. Ma gli stessi suoi ex studenti confermavano che aver avuto un privilegio ad aver avuto un professore come lui; qualcuno racconta che durante le lezioni di epica anche i bidelli prendessero posto con le sedie tra gli ultimi banchi per ascoltare il racconto dell’epopea di Ulisse o di Enea, e che spesso al suono della campanella qualcun altro gli chiedesse di continuare a spiegare anche durante l’intervallo. Inoltre pensate al vero privilegio di tutti quei ragazzini di un umile quartiere di Torino, figli per lo più di operai e casalinghe, che hanno imparato la lingua e la letteratura italiana, con uno più grandi intellettuali del secondo dopoguerra italiano.

Anche io, come i suoi ex studenti, ho conosciuto Anacleto da bambino. Avevo poco più di 8 anni e il suo ricordo è rimasto vivido nella mia memoria a distanza di anni, probabilmente perché aveva colpito la mia fantasia. Se siete nati tra gli anni Settanta e Ottanta, infatti il nome Anacleto non può che evocarvi una sola cosa: il gufo aiutante di mago Merlino ne La spada nella roccia nel cartone animato di Walt Disney. Nella mia immaginazione di bambino i due personaggi, vuoi per le folte sopracciglia e l’aspetto ieratico, vuoi perché è il personaggio più divertente del film, o forse perché viveva in una torre circondato da libri, iniziarono quasi a sovrapporsi, tanto che quel divertente amico di mio padre per me era come fosse la trasposizione in carne e ossa del personaggio di Walt Disney.

C’è un giorno in particolare che è rimasto nella mia memoria, che era domenica 14 aprile del 1991, il giorno prima della discussione della tesi di laurea in scienze politiche, conseguita a 44 anni suonati, per la cui stesura Verrecchia aiutò non poco mio padre. Di quel pomeriggio ricordo perfettamente che andammo a prendere Anacleto a casa sua, e nonostante la sua figura e la sua voce imponessero rispetto, ad accoglierci oltre a lui e a sua moglie Silvana, c’era un cagnetto di media taglia chiamato Tobia che salterellava e abbaiava per salutarci, che Verrecchia cercava bonariamente di zittire ma che finiva puntualmente per saltargli addosso. La tenerezza con cui trattava quel cagnolino, la casa stupenda e piena zeppa di libri e dei piatti decorativi appesi alle pareti, con le illustrazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie, resero subito simpatico ai miei occhi quell’amico di mio padre. 

Ricordo perfettamente che lasciammo la macchina al parco del Valentino, e dopo un gelato alla Latteria Pepino, cominciammo una lunga camminata sul lato opposto del Po, per raggiungere la Gran Madre e continuare la passeggiata proseguendo sul parco Michelotti, ovvero la stessa passeggiata che faceva Friedrich Nietzsche durante i suoi anni torinesi. Ovviamente gran parte del tempo venne occupato dai consigli che Anacleto dava a mio padre per affrontare la discussione del giorno dopo, ma tra un consiglio e l’altro spesso i due si fermavano davanti a qualche albero e la questione era sempre la stessa: «Secondo te che albero è questo?». La maggior parte delle volte non erano d’accordo e spesso il gioco innescava dei veri e propri duelli come tra novelli Linneo. Non essendoci all’epoca strumenti tecnologici per l’immediata verifica, le tenzoni potevano durare ore, giorni e settimane intere. E ricordo che quella domenica al parco Michelotti, proprio mentre i due stavano discutendo sull’attribuzione di un arbusto, arrivò vicino a noi un pallone, risultato di un tiro sbilenco di alcuni ragazzi che stavano giocando nel campetto vicino. A rimorchio arrivò un ragazzo tutto trafelato, che approfittando della pausa di gioco, prese fiato e ci chiese «Scusate, sapete come è finito il derby?». Erano gli anni in cui le domeniche si andava a passeggiare con la moglie sotto il braccio sinistro e la radiolina per seguire Tutto il calcio minuto per minuto nella mano destra, e ricordo che anche io non vedevo l’ora di conoscere il risultato di quella partita, ma a quelle parole la reazione di Anacleto fu quella di un marziano appena atterrato sulla Terra. Guardò il ragazzo con aria incuriosita e con la sua cadenza ciociara, fatta di acuti improvvisi e altrettanto improvvise ricadute su toni baritonali, chiese con stupore: «Il derby?! E che cos’è il derby?». Tra lo sguardo attonito del giovanotto e le nostre risate, mio padre abbozzò: «Toro-Juve, è la partita delle squadre della stessa città…». E Anacleto contestò: «e perché mai dovrebbe chiamarsi derby?», obiezione alla quale nessuno sapeva rispondere. Una di quelle parole che mutuiamo dall’inglese senza nemmeno preoccuparci di capirne appieno il significato. «Tra gli appassionati di calcio le partite stracittadine si chiamano così; ma tu non segui il calcio?». La risposta di Verrecchia spiazzò tutti: «Guarda Vittorio, è più facile vedere il Papa in un bordello che Anacleto in uno stadio». Tutti i presenti, compreso il calciatore della domenica, scoppiarono in una fragorosa risata.

La vicenda proseguì con mio padre che dovette spiegarmi con parole adatte a un bambino il significato della parola bordello, mentre Anacleto proseguì la sua ricerca etimologica, e come sempre ne colse il lato ironico visto che pare che la parola derby nasce in riferimento all’ippica e non al calcio, nello specifico ad una corsa al galoppo istituita in Inghilterra nel 1780 da Edward Stanley, conte di Derby, appunto.
Uno scatto del 15 aprile 1991, con Anacleto Verrecchia e sua Moglie Silvana Lenti

In questo ricordo piccolo, di bambino, penso si racchiuda quello che è stato Anacleto Verrecchia, intellettuale che come i suoi amati stambecchi, toccava le alte vette della filosofia, e che ogni tanto scendeva a valle ad osservare gli uomini e le loro ridicole manie. E nonostante non si mescolasse troppo con le grettezze degli umani, la sua figura, con piccoli gesti e soprattutto con i suoi libri è riuscita a cambiare la vita a molti, dai suoi studenti, ai suoi amici come mio padre, ai suoi colleghi nella scuola come nell’editoria, e soprattutto ai suoi lettori, che pur appartenendo a una piccola nicchia, custodiscono come un gioello i suoi libri, i suoi studi filosofici e i suoi aforismi.


A questo ricordo, infatti va aggiunto che mi sono riavvicinato poi a quello che per me era semplicemente Anacleto, quando ho iniziato il percorso prima di semplice lettore dei suoi libri, e poi ho avuto la fortuna di poter ripubblicare. Anacleto Verrecchia ha cambiato anche la mia vita, soprattutto grazie alla fiducia e alla stima che la moglie, Silvana Lenti, ha riposto nel nostro progetto editoriale, facendoci ripubblicare Cieli d’Italia, quando i titoli di Verrecchia, a pochi anni dalla morte, stavano finendo nel dimenticatoio. Così come non posso ringraziare il compianto Mimmo Fogola che ci ha facilitato per tutte le ristampe delle opere incluse nella sua splendida collana La torre d’avorio, un maestro di editoria per passione e gentilezza. Oggi, a quasi cento anni dalla nascita i libri di Anacleto Verrecchia vengono ristampati, ristudiati e riscoperti da nuove generazioni e nuovi lettori. Non parliamo di grandi numeri, ma posso dire per esperienza personale che sono lettori di qualità, e lettori che si innamorano dei suoi scritti.

L’altro giorno nella nostra libreria di Valencia è entrato un signore francese di mezz’età. Aveva un che di trasandato, tre o quattro tra zaini e borse, e con uno spagnolo stentato mi ha spiegato che aveva letto Cieli d’Italia, perché lo aveva trovato ad un mercatino di seconda mano. Si era messo alla ricerca degli altri libri, ed essendo di passaggio a Valencia, è venuto direttamente qui a comprarsi una copia del Diario del Gran Paradiso. Così incuriosito ho iniziato a parlare con lui della sua passione per i libri di Verrecchia, scoprendo che era uno scalatore di vulcani diretto alle Canarie: un altro stambecco dello spirito! E mentre mi rendo conto che sto finendo di scrivere questo testo proprio il 14 aprile, trentaquattro anni dopo rispetto al racconto del pomeriggio al parco Michelotti, ribadisco a me stesso che questi lettori sono il motivo per cui è necessario continuare a pubblicare i libri di Anacleto Verrecchia.
Gabriele Nero

05 May 2025

LETTERE MERCURIALI - Anacleto Verrecchia

 



Dopo più di duemila anni di silenzio sull'Olimpo, Giove decide di inviare nuovamente sulla Terra il suo messaggero alato, Mercurio, con la missione di fare da corrispondente e vedere come andassero le cose. Il reportage è desolante: il pianeta, un tempo culla di civiltà promettenti, è ora teatro dei disastri la maggior parte causati dall'uomo, una specie che ha saputo trasformare la bellezza in rovina. In Lettere Mercuriali, ultima opera, pubblicata postuma, di Anacleto Verrecchia, Mercurio assume il ruolo di narratore disincantato, inviando a Giove rapporti pungenti e ironici sulle follie umane. Come un osservatore invisibile e onnipresente, il dio messaggero, protettore di ladri e viaggiatori, descrive le assurdità sociali, politiche e culturali con la lucidità di chi non è coinvolto ma comprende la portata della distruzione. Le sue lettere sono resoconti al vetriolo, intrisi di umorismo amaro che svela le ipocrisie e le retoriche vuote del mondo contemporaneo. Verrecchia, attraverso la voce di Mercurio, non risparmia giudizi non convenzionali su figure venerate e interpretazioni univoche della storia, stimolando nel lettore riflessioni inedite e interrogativi inquietanti.

«Dovresti sentirli, o Giove, questi ciarlatani vestiti da filosofi: macinano tutti paglia vuota o spargono volute di fumo sulla testa dei loro allievi, quando non li annebbiano del tutto. Ne ho sentito alcuni, ma, pur essendo io un dio, non ho capito una saetta di niente di quello che dicevano. Però non se la passano male, perché vengono pagati dallo Stato. Se invece dovessero essere pagati dagli allievi, come avveniva con i filosofi antichi, credo che non riuscirebbero neppure a comperarsi un paio di sandali. Questa è gente inutile come la coda dei montoni, la quale non serve né per scacciare le mosche né per coprire le pudenda».

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda 1926-Torino 2012). Filosofo e germanista dallo stile inconfondibile, fu collaboratore di importanti quotidiani, quali La Stampa, Die Presse, Die Welt. Ha vissuto per lungo tempo a Vienna come addetto culturale presso l’Istituto Italiano di Cultura. Tra i suoi numerosi libri, tradotti anche all’estero, vanno ricordati quelli su Nietzsche, Schopenhauer, Giordano Bruno, Prezzolini e Lichtenberg. El Doctor Sax ha ripubblicato Cieli d’Italia (2019) e Diario del Gran Paradiso (2020), le due opere più intime e con valore letterario della produzione di Verrecchia, e Meglio un demonio che un cretino, raccolta di aforismi a cura di Dario Stanca.





03 May 2023

MEGLIO UN DEMONIO CHE UN CRETINO - Anacleto Verrecchia

 AFORISMI E PENSIERI

A CURA DI 
DARIO STANCA

COPERTINA: 
RICCARDO CECCHETTI




«L’uomo è qualche cosa in più o di sbagliato. Meglio toglierlo di mezzo»: questa l’idea che sta al centro del pensiero di Anacleto Verrecchia. Pensatore onesto, insofferente alle mode culturali, con uno stile lucido e dissacrante, si è impegnato in una proteiforme attività culturale: filosofo, scrittore, biografo e giornalista. Questo volume vuole essere un omaggio alla sua grande figura di intellettuale, attraverso una variegata raccolta di suoi aforismi, battute e pensieri fulminanti, tratti da opere divenute negli anni di difficile reperibilità.  Gli estratti sono stati selezionati da Diario del Gran Paradiso, Sulla filosofia da Università, Rapsodia viennese, Vagabondaggi culturali, La stufa dell’Anticristo e dall’opera postuma Lettere Mercuriali.


ANACLETO VERRECCHIA (Vallerotonda 1926-Torino 2012). Filosofo e germanista dallo stile inconfondibile, fu collaboratore di importanti quotidiani, quali La Stampa, Die Presse, Die Welt. Ha vissuto per lungo tempo a Vienna come addetto culturale presso l’Istituto Italiano di Cultura. Tra i suoi numerosi libri, tradotti anche all’estero, vanno ricordati quelli su Nietzsche, Schopenhauer, Giordano Bruno, Prezzolini e Lichtenberg. El Doctor Sax ha ripubblicato Cieli d’Italia (2019) e Diario del Gran Paradiso (2020), le due opere più intime e con valore letterario della produzione di Verrecchia.


«Tutti gridano al miracolo di Fatima e corrono a inginocchiarsi dinanzi alla Madonna che là, secondo leggenda, sarebbe apparsa ad alcuni pastorelli analfabeti e probabilmente allucinati. Strane, queste Madonne: non compaiono mai a un filosofo o a uno scienziato, ma sempre a pastorelli o a scimuniti».





07 July 2020

DIARIO DEL GRAN PARADISO - Anacleto Verrecchia


COPERTINA DI 
MARCO DE LUCA

«Dividere il cielo con gli stambecchi, ma anche con i camosci e le marmotte, è un’esperienza molto gradevole e unica nel suo genere: l’anima si allarga, lo spirito si arricchisce e l’innocenza degli animali fa dimenticare la malvagità degli umani». 


È questa la fondamentale esperienza fatta da Anacleto Verrecchia in gioventù, quando per tre anni visse, lavorò e meditò nel Parco del Gran Paradiso. Esperienza non d’isolamento, ma, piuttosto, di diradamento del commercio coi propri simili. Cosa cercava lassù? Certo, conforto da un tormentoso dolore, come l’essere stato testimone diretto, da bambino, degli orrori della Battaglia di Montecassino. Ma trovò anche altro: un punto nuovo d’osservazione degli uomini, la possibilità d’accedere ad un diverso grado di conoscenza. Di quel periodo è rimasto questo libro: un diario, uno zibaldone di riflessioni. Da luogo reale il Parco diventò per lui anche un luogo mentale, un rifugio, una costante del suo modo di giudicare e soprattutto del suo modo di essere.

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda, 1926 - Torino, 2012) germanista e filosofo, ha vissuto fra Torino e Vienna, dove è stato per anni addetto culturale. Ha scritto numerosi libri tra i quali La catastofe di Nietzsche a Torino (Einaudi 1978), Giordano Bruno la falena dello spirito (Donzelli 2000) e Cieli d’Italia (El Doctor Sax 2019) e ha collaborato con le pagine culturali de La Stampa, Die Presse e Die Welt. Verrecchia odiava la caccia, i politici, i cacalibri e i preti; invece amava molto Schopenhauer, la natura, le montagne, gli alberi monumentali e lo sguardo nobile degli animali. Lavorò sempre al confine tra letteratura e filosofia: la sua prosa filosofica chiara, energica e spesso polemica, è stata giudicata tra le migliori scritte oggi in Italia.

 «"Diario del Gran Paradiso" è senza alcun dubbio il libro più bello di Anacleto Verrecchia».
Sossio Giametta

 «Intanto Cognetti, per non perdere il lettore tra cazzuola e materiali idraulici, infila senza citarle perle di saggezza di Thoreau, Twain e soprattutto di Anacleto Verrecchia, autore di quel “Diario dal Gran Paradiso” che avremo letto in cento (tra cui Cognetti) perché è un capolavoro immenso scritto dal giornalista culturale de “La Stampa” e tra i massimi studiosi europei della vita di Nietzsche»
Gian Paolo Serino

 «Ho girato il mondo e fatto mille esperienze, sempre fedele alla mia idea che l’uomo, se non vuole arrugginire, deve di tanto in tanto cambiare lavoro e rinnovarsi. Così ho frequentato industriali e quattrinai, scrittori e professori, diplomatici e gente di mondo. Ma giuro, e prego il lettore di credermi, che non ho mai incontrato una creatura più nobile, più fiera e soprattutto più onesta dello stambecco, che vive in alto e disdegna le bassure. A lui dedico queste pagine della mia giovinezza».
Anacleto Verrecchia




28 November 2019

CIELI D'ITALIA - Anacleto Verrecchia


Tipi curiosi e bizzarri s'incontrano nei Cieli d'Italia: Amilcare, così stravagante, che avrebbe dato filo da torcere a dieci psicologi messi insieme. Bastiano, tracagnotto ma agile come una faina che, non avendo nulla da fare, si metteva a contemplare l'Etna, perdendosi in fantasticherie senza fine. Pietro, lungo e diritto come un abete bianco e il suo coraggiosissimo cagnetto Fufi. Giovanni, il Fauno di Ceresole Reale, barbuto eremita del Gran Paradiso che conviveva armoniosamente con la natura e detestava gli uomini e il loro progresso. E ancora nietzscheani e wagneriani a duello in una Bayreuth dove "l'atmosfera è germanica, ma la gazzarra italiana", come scrive Vittorio Mathieu, per concludere con un epicedio di Arthur de Gobineau che proprio di Nietzsche fu il prescursore e di Wagner l’amico più caro, e che in Italia concluse la sua errante esistenza. 

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda, 1926 - Torino, 2012) germanista e filosofo, ha vissuto fra Torino e Vienna, dove è stato per anni addetto culturale. Ha scritto numerosi libri tra i quali La catastofe di Nietzsche a Torino (Einaudi 1978), Giordano Bruno la falena dello spirito (Donzelli 2000) e Diario del Gran Paradiso (El Doctor Sax 2020) e ha collaborato con le pagine culturali de La Stampa, Die Presse e Die Welt. Verrecchia odiava la caccia, i politici, i cacalibri e i preti; invece amava molto Schopenhauer, la natura, le montagne, gli alberi monumentali e lo sguardo nobile degli animali. Lavorò sempre al confine tra letteratura e filosofia: la sua prosa filosofica chiara, energica e spesso polemica, è stata giudicata tra le migliori scritte oggi in Italia, insieme a quella di Guido Ceronetti, Manlio Sgalambro e Sossio Giametta.

COPERTINA DI RICCARDO CECCHETTI.

«Sbucato fuori non si sa bene da dove, il Fauno era cresciuto a Ceresole Reale. "Sono un vecchiaccio della montagna", soleva dire. Degli stambecchi che vivevano più in alto, egli aveva non solo la robustezza fisica, ma anche il carattere schivo. E a chi gli rimproverava di non essere più socievole, diceva senza mezzi termini che voleva evitare l'occasione di giudicare il prossimo. "Tutti i nostri mali", aggiungeva, "derivano dal fatto che non siamo capaci di starcene da soli". (...) Per amore dell'indipendenza, non volle mai abbandonare i suoi monti e scendere in pianura, in mezzo a quelli che chiamava"i disgraziati della città". Aveva un'individualità troppo forte per confondersi e amalgamarsi con gli altri». 

Anacleto Verrecchia